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Chiara e l’oscuro

Monteveglio, il luogo del ritrovamento del corpo di Chiara Gualzetti  (fotogramma)

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Dietro al delitto nel Bolognese
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Uccisa a 16 anni. Adesso qualcuno dirà che è colpa della pandemia, dell’isolamento forzato, dei ritmi stravolti, della didattica a distanza. Che i nostri adolescenti così fragili non hanno retto un anno e passa di vite allo schermo. Che ora buttano fuori tutto il disagio che si sono portati dentro. Senza nulla togliere alla dura prova (non solo della pandemia, anche dei difficilissimi compiti evolutivi che l’adolescente deve comunque affrontare), io non la vedo così.

Dalla pandemia alla psicopatologia, e dalla psicopatologia al crimine, il passo non è diretto e men che meno è breve. Certo, se l’adolescenza è un’età in cui i corpi e gli affetti devono fiorire nel mondo, restare in casa non è stato un toccasana. Ed è vero ciò che dicono le statistiche e i resoconti di colleghi di ogni parte del mondo: nell’ultimo anno le patologie psichiatriche degli adolescenti sono molto aumenta…

Uccisa a 16 anni. Adesso qualcuno dirà che è colpa della pandemia, dell’isolamento forzato, dei ritmi stravolti, della didattica a distanza. Che i nostri adolescenti così fragili non hanno retto un anno e passa di vite allo schermo. Che ora buttano fuori tutto il disagio che si sono portati dentro. Senza nulla togliere alla dura prova (non solo della pandemia, anche dei difficilissimi compiti evolutivi che l’adolescente deve comunque affrontare), io non la vedo così.

Dalla pandemia alla psicopatologia, e dalla psicopatologia al crimine, il passo non è diretto e men che meno è breve. Certo, se l’adolescenza è un’età in cui i corpi e gli affetti devono fiorire nel mondo, restare in casa non è stato un toccasana. Ed è vero ciò che dicono le statistiche e i resoconti di colleghi di ogni parte del mondo: nell’ultimo anno le patologie psichiatriche degli adolescenti sono molto aumentate. La sofferenza mentale, ancor più quella adolescente, è sempre sensibile ai contesti, ma la sua trama è intessuta di mille fili: biologici, evolutivi, familiari, culturali. Dunque se ogni disturbo è l’esito di un modello bio-psico-sociale, sociale è solo un terzo del problema. Ogni storia è diversa e chi non ascolta il dolore e la morte alla fonte rischia di dire banalità. 

Anche se basta un’Ansa a muovere mille domande e altrettante lacrime, nessuna storia è riassumibile in un’Ansa. E la prima regola di un clinico è non aprire bocca su casi con cui non è entrato personalmente in contatto. Quindi lungi dal formulare ipotesi e men che meno diagnosi, raccogliendo le poche notizie che ho appreso posso dire ciò che mi colpisce: una scena del crimine, il suo stesso contesto geografico, che almeno in prima battuta non ci consegna un’immagine di disgregazione sociale o particolare impatto pandemico; una ragazzina che si racconta sui social con frasi uguali a quelle di tante coetanee che poi però si intrecciano con cupe premonizioni gonfie di paura e delusione; un ragazzino che confessa un omicidio raccontando con lucidità i preparativi ma poi deraglia in un racconto sconnesso in cui si fa strada la presenza psicotica di un demone maschile, forse introiettato dalla visione di qualche serie luciferina (ma anche qui non sono le serie tv a generare psicosi, semmai è la psicosi a introiettare le voci luciferine di serie avidamente seguite sul proprio smartphone).

«Sono uscito di casa con un coltello per ucciderla», sembra aver detto l’adolescente omicida che non riesce a spiegare il movente e dopo l’omicidio torna a casa, dissociato, a dormire. Troppo facile domandare: “ma qualcuno se n’era accorto?” Sì, perché a volte non è facile riconoscere da fuori l’abisso che inghiotte qualcuno da dentro. «Sentivo il demone dentro di me», sembra aver detto l’adolescente omicida. In questo “demone” cogliamo la personalità solitaria e disturbata, l’agguato della patologia psichica: mondi così lontani dal daimon dei popoli antichi, che è “qualità interiore”, guida spirituale nella strada per diventare se stessi, quel “segui il tuo demone” che Ivano Dionigi, lo storico rettore bolognese che ben conosce l’anima dei giovani, ha scelto come titolo per il suo ultimo libro.

C’è una differenza significativa tra il disagio di un individuo e quello del «suo» stereotipo sociale. Anche nella tragedia dell’omicidio efferato, dentro le corazze o le apnee degli adolescenti che impongono e patiscono il loro disturbo mentale, c’è sempre una singola storia che ha bisogno di ascolto e diagnosi. Limitarsi a brontolare contro i danni della vita online o della clausura pandemica non serve. Creare punti d’ascolto e finanziare la rete dell’intervento psicologico e psichiatrico sì.