Nella politica vista dai ragionieri, il Pd ha molte e fondate ragioni per preoccuparsi e dolersi della faida Conte-Grillo. È chiaro che la quasi certa scissione del M5S in due tronconi non può che diminuire il corredo di voti che l’area grillina porterebbe in dote all’alleanza con i dem. Solo la leadership unitaria di Conte avrebbe garantito un travaso pieno di consensi nel nuovo (per ora fantomatico) centrosinistra. Significa, per chiudere la ragioneria, che il divario da colmare rispetto al centrodestra alle prossime politiche – dove sciaguratamente è quasi certo si voti di nuovo con il maggioritario di coalizione – è ancora più ampio.
Nella politica vista dai politici, invece, il Pd ha molte e fondate ragioni per preoccuparsi e dolersi di sé stesso e della sua strategia sul Movimento. Quando nell’agosto del 2019 cadde il primo governo Conte e il Pd si trovò trascinato nel nuovo esecutivo con il M5…
Nella politica vista dai ragionieri, il Pd ha molte e fondate ragioni per preoccuparsi e dolersi della faida Conte-Grillo. È chiaro che la quasi certa scissione del M5S in due tronconi non può che diminuire il corredo di voti che l’area grillina porterebbe in dote all’alleanza con i dem. Solo la leadership unitaria di Conte avrebbe garantito un travaso pieno di consensi nel nuovo (per ora fantomatico) centrosinistra. Significa, per chiudere la ragioneria, che il divario da colmare rispetto al centrodestra alle prossime politiche – dove sciaguratamente è quasi certo si voti di nuovo con il maggioritario di coalizione – è ancora più ampio.
Nella politica vista dai politici, invece, il Pd ha molte e fondate ragioni per preoccuparsi e dolersi di sé stesso e della sua strategia sul Movimento. Quando nell’agosto del 2019 cadde il primo governo Conte e il Pd si trovò trascinato nel nuovo esecutivo con il M5S, subito una parte importante del gruppo dirigente cercò di dare una veste ideologica a un’alleanza per molti versi strampalata e implausibile: si disse che il neonato governo giallorosso non era solo un’intesa temporanea di governo del Paese sulla base di un programma condiviso, bensì la base per la nascita del nuovo centrosinistra, addirittura. Conte abilmente cavalcò la sua nuova funzione di federatore e incassò l’etichetta di “punto di riferimento fortissimo dei progressisti”. In questa determinazione del Pd c’era un impasto di realismo o appunto di ragioneria, se preferite, cioè la convinzione che solo sommando le proprie forze a quelle grilline ci fosse la speranza di essere competitivi con la destra, ma in parte anche un afflato convinto, l’idea che il M5S fosse alla fine una costola della sinistra, un parente lontano e litigato e però presente a buon diritto nell’album di famiglia.
In realtà, nell’anno e passa di governo comune, Pd e M5S non hanno condiviso quasi nulla, tranne le sconfitte nelle poche realtà locali in cui si sono presentati insieme, e solo l’intemerata di Renzi deciso a far cadere Conte ha fatto rimuovere l’evidenza che il partito più insoddisfatto dell’operato di Conte fosse a un certo punto proprio il Pd, che sperava in una risciacquatura dell’identità grillina a opera dell’avvocato e ha dovuto penare mesi e mesi persino per rivedere i decreti sicurezza di Matteo Salvini. Il M5S, sotto il Conte bis, non è diventato altro da ciò che era. È rimasto quel blob informe di orientamenti e infarinature, dalla quasi estrema destra alla quasi estrema sinistra, ma non più cementato né dalla carica insurrezionale degli esordi né dal vincolo del potere, sempre più declinante e sfuggente. Un calderone dove non è mai esistita la possibilità di un chiarimento di linea, perché il Movimento del “non statuto” e dell’antipartitismo è proprietà di Beppe Grillo che lo ha sempre governato con i dogmi cari ai gonzi e il rifiuto di qualsiasi reale democrazia interna. Tanto che il terreno sul quale doveva fiorire niente meno che la democrazia diretta, la piattaforma Rousseau, era proprietà personale di un imprenditore, dunque in teoria serviva a governare il Paese senza però godere della facoltà di autogoverno.
Si dirà: in molti ora nel Movimento si ribellano a Grillo. Ma chiunque l’avrà vinta in questa brutale lotta di potere priva di qualsiasi aggancio a contenuti e visioni, un Todo modo grillino dove ai protagonisti non difetta la brama di dominio dei democristiani ma senz’altro la loro tragicità e grandezza, è evidente un fatto: nessun serio partito progressista, il Pd certo lo è, può pensare di avere un’alleanza credibile con una forza in mano a Grillo. E questa non può essere spacciata per una sorpresa imprevista: vale oggi, dopo il licenziamento di Conte, come valeva ieri. Varrebbe anche se a Conte e ai suoi sostenitori nel Movimento riuscisse di disarcionare l’ex comico, perché non sarebbe la conquista di una leadership “normale” nel M5S a risolvere i dubbi sulla compatibilità politica con la sinistra, come proprio l’esperienza del Conte bis ha dimostrato. Se invece Conte fonderà un nuovo partito, questo potrebbe aiutare a chiarire alcune ambiguità e facilitare un’alleanza seria. Sempre che gli ideologi dell’eventuale nuova formazione non siano i Rasputin populisti e giustizialisti che all’ex premier consigliano come mossa d’esordio di far cadere il governo Draghi.