Washington-Pechino, l'esame cinese per Draghi
di Marta Dassù , di Marta DassùNella sua intervista a Repubblica, all'inizio della visita in Italia, il segretario di Stato americano Tony Blinken ha ammesso che gestire l'ascesa della Cina non sarà affatto semplice. Perché la Cina - ha detto Blinken riprendendo così la definizione ufficiale dell'Ue - è al tempo stesso un avversario, un rivale e un partner.
Questo significa che la relazione con Pechino sarà molto più complicata di quanto non sia stata la Guerra fredda con l'Urss: la differenza principale, naturalmente, è che la Cina è fortemente integrata nell'economia globale, cosa che le dà un potere contrattuale di cui Mosca era priva.
Pensare a un decoupling, a una separazione netta fra le sorti delle principali economie del mondo, è ormai irrealistico: non a caso, in un anno teso e difficile come il 2020, i dazi alla Cina imposti da Trump (e mantenuti da Biden) non hanno impedito un aumento degli investi…
Nella sua intervista a Repubblica, all'inizio della visita in Italia, il segretario di Stato americano Tony Blinken ha ammesso che gestire l'ascesa della Cina non sarà affatto semplice. Perché la Cina - ha detto Blinken riprendendo così la definizione ufficiale dell'Ue - è al tempo stesso un avversario, un rivale e un partner.
Questo significa che la relazione con Pechino sarà molto più complicata di quanto non sia stata la Guerra fredda con l'Urss: la differenza principale, naturalmente, è che la Cina è fortemente integrata nell'economia globale, cosa che le dà un potere contrattuale di cui Mosca era priva.
Pensare a un decoupling, a una separazione netta fra le sorti delle principali economie del mondo, è ormai irrealistico: non a caso, in un anno teso e difficile come il 2020, i dazi alla Cina imposti da Trump (e mantenuti da Biden) non hanno impedito un aumento degli investimenti finanziari americani in Cina, combinato alla crescita esponenziale dell'export cinese.
Si apre così, più che una nuova cold war, una code war: una guerra regolatoria, che riguarderà i futuri standard sociali e ambientali e che si giocherà anzitutto sulla competizione digitale e tecnologica. Sono intanto caduti alcuni miti: in particolare la tesi, tipica degli anni '90, secondo cui la Cina, integrandosi nell'economia internazionale, avrebbe accettato le regole occidentali; mentre sarebbero aumentate, con la classe media, le pressioni interne per un'evoluzione democratica.
È accaduto l'opposto. L'eccezionale successo economico della Cina ha rafforzato la fiducia nel proprio modello, fondato sulla combinazione fra autoritarismo e capitalismo. E ha favorito la svolta nazionalista di Xi Jinping: la celebrazione del centesimo anniversario del Pcc ha confermato la convinzione cinese nel proprio "rinascimento" come potenza globale.
La grande sfida del secolo fra un'America meno sicura di un tempo e una Cina più sicura di prima ha conseguenze dirette per l'Europa. Che rischia di restare schiacciata da un nuovo gioco bipolare. Sempre nell'intervista a Repubblica, Blinken ha sostenuto che in realtà l'America non chiede "a nessuno di scegliere fra noi e la Cina".
È evidente che l'Europa non può certo rinunciare ai suoi interessi sul mercato cinese. D'altra parte, Washington chiede agli europei di rinunciare al 5G di marca cinese, controllare le tecnologie critiche e limitare gli investimenti cinesi nelle infrastrutture strategiche: in sostanza, di non cedere spazi alla Cina in settori sensibili per la sicurezza occidentale.
Qui l'Europa, la cui difesa continua a dipendere dalla Nato, deve in effetti scegliere. Non perché lo chieda Washington; ma perché rientra negli interessi europei rafforzare le proprie capacità in campo tecnologico e avere più chiaro il legame fra sicurezza e rapporti economici. La realtà dell'interdipendenza economica non può significare dipendenza - e vulnerabilità - rispetto a una potenza autoritaria che definiamo noi stessi un rivale strategico.
L'Europa, scottata dall'esperienza di Trump, mantiene riserve sul futuro della leadership americana: cosa accadrà nel dopo-Biden? Giocare di rimessa non è una soluzione. E non lo è neanche una collocazione ambigua rispetto agli equilibri globali. Mentre è ragionevole testare se il nuovo interesse Usa per l'alleanza fra le democrazie occidentali possa produrre accordi veri. Da questo punto di vista, la decisione di creare un Consiglio Stati Uniti-Europa su commercio e tecnologia è un buon inizio: se siamo in una code war, un'intesa fra le due sponde dell'Atlantico sulla definizione di standard e norme comuni sarà rilevante in sé e nella competizione con la Cina.
A differenza della Guerra fredda, sui terreni tipici della code war l'Ue ha maggiori capacità di influenza. Giocando la sua partita globale non come terza forza neutrale ma come parte di un sistema occidentale che tenta un rilancio, l'Europa avrà migliori possibilità di condizionare sia gli aspetti rigidi dell'approccio Usa al contenimento della Cina sia le scelte di Pechino, che ha interesse a salvare il salvabile della vecchia globalizzazione.
Il problema naturalmente è se l'Europa di oggi sia in grado di esercitare un ruolo del genere. In teoria, l'Italia ha uno spazio, come ha confermato la visita di Blinken a Roma. Mario Draghi, che ha tolto dal tavolo le ambiguità sulle relazioni con la Cina, ha chiara la collocazione euro-atlantica dell'Italia; e interpreta in questa chiave anche la posizione geopolitica dell'Ue. I prossimi mesi ci diranno quanto l'Italia, con la presidenza del G20 e la copresidenza della Cop26 sull'ambiente, riuscirà in una missione difficile: dimostrare che accordi multilaterali - in un'epoca segnata dalla sfida geopolitica fra Stati Uniti e Cina e dal confronto vocale fra democrazie e potenze autoritarie - sono sempre possibili.