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La lunga strada che ci resta da fare

(ansa)

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Geopolitica
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L'Italia è una media potenza, si dice spesso. È una nozione che può essere fuorviante. A parte un novero ristrettissimo di super potenze - forse solo gli Stati Uniti e la Cina - le altre nazioni sono semplicemente 'potenze'. Né medie, né grandi. Nessuna, infatti, salvo Washington e Pechino, ha la stazza per identificare il proprio interesse nazionale con praticamente tutto quanto accade al mondo.

Ciascuna è in grado di perseguire solo interessi settoriali, definendoli in base alla propria collocazione geografica, alla tradizione storica, all'indole della popolazione, alla forza economica, ai rischi e opportunità del momento. La differenza sta nel modo in cui questi interessi limitati vengono perseguiti: c'è chi li inquadra in una visione consapevole e sinergica degli equilibri mondiali e chi li interpreta come fini a se stessi, dando spazio prevalente alle logiche nazionali. In questo secondo caso, la nozione…

L'Italia è una media potenza, si dice spesso. È una nozione che può essere fuorviante. A parte un novero ristrettissimo di super potenze - forse solo gli Stati Uniti e la Cina - le altre nazioni sono semplicemente 'potenze'. Né medie, né grandi. Nessuna, infatti, salvo Washington e Pechino, ha la stazza per identificare il proprio interesse nazionale con praticamente tutto quanto accade al mondo.

Ciascuna è in grado di perseguire solo interessi settoriali, definendoli in base alla propria collocazione geografica, alla tradizione storica, all'indole della popolazione, alla forza economica, ai rischi e opportunità del momento. La differenza sta nel modo in cui questi interessi limitati vengono perseguiti: c'è chi li inquadra in una visione consapevole e sinergica degli equilibri mondiali e chi li interpreta come fini a se stessi, dando spazio prevalente alle logiche nazionali. In questo secondo caso, la nozione di potenza 'media', rischia di significare 'mediocre': può sottintendere mancanza di ambizione, uso di mondo, determinazione.

Non è il nostro caso, ma è meglio non abusarne. In un simile contesto, l'ambito dell'interesse nazionale italiano è abbastanza ovvio: riguarda la stabilità del Mediterraneo allargato, la promozione delle posizioni nazionali nel processo d'integrazione europea, un saldo rapporto transatlantico per rafforzare il campo delle democrazie occidentali, partnership consapevoli dei nostri valori e attente ai costi/benefici con la Cina e la Russia, la costruzione di un multilateralismo utile ad affrontare crisi e sfide globali. Non necessariamente a questi obiettivi corrisponde unità di intenti. Spetta di volta in volta al governo compiere la sintesi e al parlamento sanzionarla.

Il metodo proposto dal governo di Mario Draghi fin dalle dichiarazioni programmatiche è stato applicato con coerenza. Si basa su due principi semplici: far valere con pragmatismo le carte che abbiamo (il cosiddetto "potenziale di ricatto"), cercando di essere parte delle soluzioni e non l'oggetto dei problemi, senza illuderci peraltro che gli altri non possano fare a meno di noi; scegliere con cura le alleanze (il "potenziale di coalizione"), schierandoci quando opportuno con chiarezza e senza pretendere di poter essere amici di tutti. La coerenza e il realismo danno credibilità. E i casi concreti si sono nel frattempo moltiplicati: la ritrovata intesa con la Francia nel Mediterraneo, che rende plausibile il nostro tentativo di riportare l'attenzione americana sulla regione; la determinazione in materia di vaccini e di patto di stabilità, che ha scosso in positivo l'Europa; le scelte di campo nette tra valori e interessi, che lungi dal pregiudicare questi ultimi, aumentano la nostra autorevolezza di interlocutori.

Certo, non basta tutto questo da solo per dare sostenibilità nel tempo alla promozione dei nostri interessi nazionali. Occorre affrontare questioni più sostanziali. Anzitutto, il tema della capacità del nostro sistema istituzionale di decidere e intervenire con rapidità, all'altezza delle sfide internazionali e senza potersi sempre affidare a strumenti multilaterali per sollevarci dalle responsabilità individuali: riguarda il dilemma tra rappresentatività e efficacia, proprio delle democrazie occidentali, ma da noi particolarmente acuto. Poi, l'impiego degli strumenti a nostra disposizione: la diplomazia, l'intelligence, le forze armate. Sono eccellenti: vanno motivati e sostenuti. Non ne possiamo fare l'uso disinvolto che ne fanno le autocrazie. Ma il perimetro giuridico nel quale si muovono consente al governo di impiegarli con piena legittimità e con rilevante valore aggiunto.

Infine, la comunicazione: un'opinione pubblica disinformata e inconsapevole non avrà fiducia nelle istituzioni e ne condizionerà il campo di azione. C'è molta strada da fare. È tempo perciò per la nostra classe dirigente - non solo quella politica - di abbandonare superficialità e ricerca del consenso: il mondo così com'è, potrebbe presto presentarci il conto.