Poche settimane fa, durante un briefing al consiglio di sicurezza sul conflitto in corso nel Tigray, Mark Lowcock, sottosegretario generale delle Nazioni Unite, a capo di Ocha (l’ufficio per il Coordinamento degli Affari umanitari) era stato chiaro: “In Tigray si stanno compiendo crimini di guerra e crimini contro l’umanità, con l’uso sistematico degli stupri di massa come arma di guerra per umiliare, terrorizzare e traumatizzare un’intera popolazione”.
Se a ciò aggiungiamo le azioni compiute dall’esercito etiope sotto il comando del presidente Abiy Ahmed e dalle forze eritree del dittatore Isaias Afewerki, per distruggere silos e raccolti agricoli, serbatoi d’acqua, scuole e ospedali, ci rendiamo conto di quanto siano elevati i rischi di un nuovo genocidio nel continente africano. Samantha Power, da poco nominata da Joe Biden a capo di UsAid non ha usato mezzi termini: “E in corso un’azione criminale da parte …
Poche settimane fa, durante un briefing al consiglio di sicurezza sul conflitto in corso nel Tigray, Mark Lowcock, sottosegretario generale delle Nazioni Unite, a capo di Ocha (l’ufficio per il Coordinamento degli Affari umanitari) era stato chiaro: “In Tigray si stanno compiendo crimini di guerra e crimini contro l’umanità, con l’uso sistematico degli stupri di massa come arma di guerra per umiliare, terrorizzare e traumatizzare un’intera popolazione”.
Se a ciò aggiungiamo le azioni compiute dall’esercito etiope sotto il comando del presidente Abiy Ahmed e dalle forze eritree del dittatore Isaias Afewerki, per distruggere silos e raccolti agricoli, serbatoi d’acqua, scuole e ospedali, ci rendiamo conto di quanto siano elevati i rischi di un nuovo genocidio nel continente africano. Samantha Power, da poco nominata da Joe Biden a capo di UsAid non ha usato mezzi termini: “E in corso un’azione criminale da parte dell’esercito etiope che già oggi sta riducendo alla fame quasi un milione di tigrini ed ha già provocato due milioni di sfollati e rifugiati”.
Questa volta la vittima è la popolazione tigrina guidata dal Tplf (Fronte Popolare di Liberazione del Tigray) di Debretsion Gebremichael, all’opposizione del governo di Abiy Ahmed e colpevole di avere indetto una elezione regionale non concordata con il governo centrale e di mantenere il controllo sulle forze armate della propria regione. Il Tplf si oppone storicamente tanto alle forze politiche delle etnie Amhara e Oromo, che oggi governano ad Addis Abeba, quanto all’Eritrea. Il conflitto, che sta devastando l’intero Tigray, rischia di produrre un effetto destabilizzante sull’intera Etiopia con riflessi ulteriori nel già instabile Corno d’Africa. E la guerra interetnica in corso non è priva di colpi di scena: domenica scorsa le forze tigrine hanno liberato la capitale regionale Makallè e catturato 6.000 soldati etiopi, smentendo la narrativa del presidente Abiy che aveva da poco annunciato la “liberazione” della regione ribelle.
Ma, nonostante le moltissime evidenze sui crimini di guerra compiuti nel conflitto in corso, il consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non ha adottato fin qui alcun provvedimento significativo in grado di promuovere un’iniziatica politica, diplomatica e, eventualmente militare, in grado di evitare un nuovo genocidio. Ancora una volta la comunità internazionale rischia di occuparsi di un genocidio a “cose fatte”, rendendo sempre più vuota e tragica la retorica del “never again”, quel “mai più” ripetuto solennemente magari durante l’inaugurazione dell’ennesimo “memoriale”, costruito per ricordare un’immane tragedia. Il conflitto nella ex Jugoslavia con i morti di Srebrenica e di tutta la Bosnia, e il genocidio dei tutsi in Rwanda hanno purtroppo dimostrato che lo sterminio sistematico di un popolo è ancora, a più di settant’anni dall’Olocausto, una concreta possibilità.
Questo fu il motivo per il quale le Nazioni Unite adottarono nel 2005 la dottrina della “responsabilità di proteggere”: il diritto/dovere della comunità di intervenire, anche con la forza, per impedire nuove tragedie. Ma la dottrina della responsabilità di proteggere per essere implementata deve mettere nelle condizioni la comunità internazionale di poter limitare la sovranità di uno stato quando al suo interno vengono compiuti crimini contro l’umanità e dunque promuovere quelle azioni di “ingerenza umanitaria” in grado di mettere fine ad un’azione genocidaria.
Luigi Einaudi lo scrisse chiaramente quasi cent’anni fa: «la sovranità nazionale è un vero e proprio “idolo immondo”… se il sovrano ha tutti i poteri, se non riconosce altra autorità al di sopra di esso, la sua tendenza naturale sarà quella di bastare completamente a se stesso». Il forte sostegno della Cina al presidente etiope Abiy va letto, quindi, esattamente con questa chiave: le autocrazie non possono concepire che un’autorità diversa da sé possa legittimamente dire la propria sugli affari interni di un altro paese.
Le Nazioni Unite vanno bene per qualche passerella celebrativa e la vita e il destino dei tigrini o degli uiguri sono un problema che deve riguardare esclusivamente il satrapo e il regime entro i cui confini questi popoli hanno la sventura di vivere. L’Europa e l’intero Occidente possono però ancora evitare il peggio. Un Piano di pace dell’Unione Europea per l’Etiopia e per il Corno d’Africa potrebbe rappresentare un’opportunità da verificare in tempi rapidi. L’Italia, infine, potrebbe svolgere un ruolo importante.
Etiopia, Eritrea e Somalia non rappresentano soltanto il lato oscuro della nostra storia, il fascismo e il colonialismo, ma luoghi nei quali siamo stimati ed ascoltati per le tante iniziative di cooperazione allo sviluppo, per l’intensa cooperazione economica e per le azioni che dalla base militare di Gibuti abbiamo promosso per la stabilità e la sicurezza del Corno d’Africa. Tanti motivi in più per non ignorare Adua, Axum e Makallè e il destino del Tigray.