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L'altra partita inglese

L'altra partita inglese
(reuters)

Il ct Southgate ha costruito una squadra progressista

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L'Inghilterra ha vinto battaglie importanti durante questi Europei ma la guerra culturale è tutta da giocare.
Il successo - raro inaspettato e, fino ad ora, categorico - degli undici in bianco, sta portando allo scoperto ferite antiche, risentimenti atavici e nuovi malesseri in un Paese alla disperata ricerca di un centro di gravità dopo lo strappo della Brexit, una svolta politica a destra e il trauma del virus.
La semifinale di oggi tra Inghilterra e Danimarca influenzerà il braccio di ferro sociale, politico ed economico tra forze nazionaliste e forze progressiste che sta dividendo il Paese.
È una sfida che si ripete in altre nazioni ma in Gran Bretagna siamo ormai ad un punto di rottura.
Per capirne il contesto, bisogna purtroppo ritornare alle parole di Arthur Tedder: "Il calcio è uno sport per gentiluomini ma a giocarlo sono gli hooligan". La dichiarazione classista dell'ex-rettore dell'Università di Cambridge ha definito per quasi mezzo secolo il rapporto tra l'Inghilterra e il football.
Il Paese, lo sport e il pubblico hanno vissuto cambiamenti epocali ma la cultura britannica non si è ancora riuscita a liberare completamente da quella gabbia di snobismo che non permette alle "classi buone" di godersi la partita.


Quando mi trasferii a Londra negli anni '90, chi voleva fare carriera nella City doveva sapere di cricket e rugby, non di uno sport dal colletto blu come il calcio.
Oggi non è più tabù dire di amare il pallone durante una cena d'affari ma anche i banchieri che confessano di avere l'abbonamento al Chelsea aggiungono subito che è nella zona "elegante" dello stadio, mica in curva.
La ghettizzazione degli appassionati ha facilitato l'abbrutimento di certe frange della tifoseria, soprattutto con la Nazionale.
Nonostante il successo delle campagne della Premier League contro il razzismo, l'omofobia e la violenza, quando gioca l'Inghilterra, scendono quasi sempre in campo anche il nazionalismo, l'intolleranza e l'alcolismo, spesso fomentati dalla stampa popolare.
Per tanto, troppo, tempo giocatori e tecnici hanno ignorato il problema, concentrandosi sulla sfera e dimenticandosi che i loro gesti avevano ripercussioni al di là delle linee bianche.

La differenza è che questa volta la squadra non ci sta. Ha un tecnico, Gareth Southgate, che ha parlato con dignità e pacatezza dell'importanza della genuflessione e del rispetto degli altri. Ha giocatori come Marcus Rashford, che quest'inverno ha donato milioni di sterline per comprare pasti a bambini bisognosi, costringendo il governo a fare lo stesso. O come Declan Rice del West Ham che ha detto con orgoglio di non avere mai bevuto una pinta di birra.
Sono loro gli artefici del cambiamento. Più vincono sul campo, più diventano autorevoli fuori dallo stadio.

E il governo? Per ora Boris Johnson e i suoi si barcamenano, sospesi tra la voglia di salire (e magari guidare) il carro dei vincitori e la paura di alienare la base "brexitiana" dei tifosi-elettori che li potrebbero accusare di sostenere "il progressismo" del team England.
Un esempio su tutti: Priti Patel, la ministra degli interni anti-immigrazione e anti-genuflessione, si è subito congratulata dopo la grande vittoria con l'Ucraina a Roma. Poche ore dopo, Twitter era pieno di messaggi che spiegavano come le politiche della Patel avrebbero rifiutato la residenza ai genitori di otto degli undici autori di quel trionfo.
L'Inghilterra del calcio ha fatto un assist al resto del Paese. Ora il Regno Unito ha l'occasione di mostrare un nuovo volto all'Europa - sanamente antagonista, più sereno e meno becero. Speriamo che, come Harry Kane all'Olimpico, non la sprechi.
 

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