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M5S, la sconfitta dell’ala oltranzista

(ansa)

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La mediazione di Draghi sulla riforma Cartabia è servita a placare i Cinque Stelle offrendo loro qualche correttivo (su corruzione e reati contro la pubblica amministrazione) che non cambia il senso del provvedimento e tuttavia ha l'effetto di aiutare il Movimento a rientrare nei ranghi della maggioranza.

Per capire meglio come stanno le cose basterà ripercorrere gli eventi della giornata. Era cominciata con l'ultimatum lanciato dal giornale del partito che non c'è (il partito di Conte): la riforma Cartabia era definita "la nuova legge salva-ladri", con Draghi nei panni dell'eterno Berlusconi. Ovvio che per i 5S non era possibile votare un simile obbrobrio: questa la linea raccomandata dal quotidiano, che tende ad assumere una leadership di fatto del mondo "grillino", paralizzato in attesa che si concluda la diatriba tra Grillo e l'avvocato pugliese. Una leadership, s'intende, all'insegna dell'oltranzismo e faut…

La mediazione di Draghi sulla riforma Cartabia è servita a placare i Cinque Stelle offrendo loro qualche correttivo (su corruzione e reati contro la pubblica amministrazione) che non cambia il senso del provvedimento e tuttavia ha l'effetto di aiutare il Movimento a rientrare nei ranghi della maggioranza.

Per capire meglio come stanno le cose basterà ripercorrere gli eventi della giornata. Era cominciata con l'ultimatum lanciato dal giornale del partito che non c'è (il partito di Conte): la riforma Cartabia era definita "la nuova legge salva-ladri", con Draghi nei panni dell'eterno Berlusconi. Ovvio che per i 5S non era possibile votare un simile obbrobrio: questa la linea raccomandata dal quotidiano, che tende ad assumere una leadership di fatto del mondo "grillino", paralizzato in attesa che si concluda la diatriba tra Grillo e l'avvocato pugliese. Una leadership, s'intende, all'insegna dell'oltranzismo e fautrice dell'affondamento senza indugi del governo Draghi. Il resto del giorno è trascorso in attesa del Consiglio dei ministri, rinviato di un paio d'ore nel pomeriggio per dar corso all'iniziativa del premier, ossia il numero uno del complotto "salva-ladri" secondo la messa in guardia di cui si è detto. 

Date le premesse, ci si poteva attendere il peggio. Viceversa in serata il Consiglio dei ministri ha approvato la riforma con il voto favorevole anche degli esponenti del M5S. I quali con evidenza hanno respinto la linea massimalista e hanno deciso di sostenere la riforma della giustizia, sia pure con riserve che toccano soprattutto il punto della prescrizione. Ma nel complesso i ministri 5S non hanno pensato neanche per un minuto di mettere in crisi Draghi chiamandosi fuori dal governo. Segno che hanno pesato sulla bilancia da una parte la loro convenienza (restare in carica fino al termine della legislatura) e dall'altra i rischi dell'avventurismo che rischierebbe di travolgere il Paese, oltre ai destini personali di ognuno.

Tutto questo si traduce in una sconfitta dell'ala militante dei 5S e in una vittoria di chi tra i ministri, a cominciare da Di Maio, ha scelto di affiancare Draghi: ne ha assecondato la mediazione e ora potrà mettere in luce il risultato - il primo "sì" alla riforma - senza tacere dei punti critici che restano ma non giustificano la distruzione dell'esecutivo. Tanto più che è evidente il nesso tra riforma della giustizia, fondi del Recovery e garanzia all'Europa offerta da Draghi. Tutto si tiene.

Ciò non significa che tutte le questioni siano appianate che il percorso della legge sarà privo di ostacoli. L'architettura delle nuove norme è per forza di cose fragile, trattandosi del tema su cui lo scontro di potere all'interno delle istituzioni e tra organi dello Stato è più aspro. E se a qualcuno la riforma sembra eccessiva e sbagliata, ad altri sembra solo un primo passo per rinnovare seriamente il sistema giudiziario. Vedi la raccolta di firme di Lega e radicali allo scopo di tenere sotto pressione il Parlamento. Quanto alla stabilità del governo Draghi, va detto che il premier non sembra curarsi troppo del malessere grillino. Evidentemente vede nei toni sempre più derisori (il nuovo Berlusconi, eccetera) non un segno di forza, bensì di debolezza. Chi lo ha capito, accetta la riforma Cartabia come uno dei passaggi significativi dell'era post-Covid, in cui quel che conta è incoraggiare la ripresa. Chi non lo ha capito, rischia di auto-emarginarsi.