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Un campione semplice

(ansa)

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Berrettini nella storia del tennis
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Aspettavamo Jannik Sinner, per adesso è arrivato Matteo Berrettini con il suo passo tranquillo da gigante gentile. Da non predestinato, ha preso nelle sue mani la Storia e si è issato sulla piazza verde e un po' spelacchiata del Vaticano tennistico, come lo scrittore Giorgio Bassani definì Wimbledon. Primo italiano finalista in 144 anni, che nello sport equivale quasi a un'era geologica. E ora non ha importanza come finirà domani, non importa se Novak Djokovic resterà l'ultimo degli imbattibili mentre scolora malinconicamente la leggenda di Roger Federer e Rafa Nadal combatte con i suoi malanni alla schiena e a un ginocchio, e ancor meno faremo caso alle statistiche, ai paragoni con Pietrangeli e Panatta perché quei due campioni sono così lontani nella nebbia del tempo e noi viviamo in un'altra stagione tecnica e atletica dove sono cambiati innumerevoli volte materiali e preparazione fisica.


Solo una cosa non ha sub&ig…

Aspettavamo Jannik Sinner, per adesso è arrivato Matteo Berrettini con il suo passo tranquillo da gigante gentile. Da non predestinato, ha preso nelle sue mani la Storia e si è issato sulla piazza verde e un po' spelacchiata del Vaticano tennistico, come lo scrittore Giorgio Bassani definì Wimbledon. Primo italiano finalista in 144 anni, che nello sport equivale quasi a un'era geologica. E ora non ha importanza come finirà domani, non importa se Novak Djokovic resterà l'ultimo degli imbattibili mentre scolora malinconicamente la leggenda di Roger Federer e Rafa Nadal combatte con i suoi malanni alla schiena e a un ginocchio, e ancor meno faremo caso alle statistiche, ai paragoni con Pietrangeli e Panatta perché quei due campioni sono così lontani nella nebbia del tempo e noi viviamo in un'altra stagione tecnica e atletica dove sono cambiati innumerevoli volte materiali e preparazione fisica.


Solo una cosa non ha subìto rivoluzioni altrettanto straordinarie e veloci: il cuore. E ieri Berrettini ha battuto Hubert Hurkacz, polacco numero 18 al mondo dotato di talento romantico e folle, con una leggerezza che è andata in direzione ostinata e contraria alla sua mole, facendo venire in mente una frase di Joe Frazier: "Non voglio mettere il mio avversario kappaò. Voglio colpirlo, fare un passo indietro e guardare quanto gli ho fatto male. È il suo cuore che voglio raggiungere". L'italiano è stato implacabile nel servizio, un martello nel dritto, coraggioso nell'addentrarsi senza paura nel tunnel dei suoi colpi meno naturali, il rovescio slice a una mano, la palla corta e la volée. Ad ogni punto faceva un passo indietro a cercare gli occhi sempre più smarriti del nemico, costretto a difendersi tirando su dall'erba miracoli.


Ma il tennis come la boxe è uno sport spietato, consuma in poco tempo muscoli e sicumere, il polso che un attimo prima disegnava arte comincia improvvisamente a tremare, ogni risposta è l'ultimo calcio di rigore dopo i tempi supplementari. Esattamente sessant'anni fa Nicola Pietrangeli - lo ricorda Gianni Clerici - su questo stesso campo stava battendo Rod Laver in semifinale, quando dentro di lui si spense la luce, in dieci minuti di buio fitto perse cinque game e due turni di battuta e ancora non sa, dice, come riuscì a non piangere. Ieri, dopo quasi due ore di perfezione e un secondo set vinto a zero, la stessa sindrome avrebbe potuto attanagliare il ragazzo italiano che invece, dopo un tie-break sciagurato, si è rimesso a macinare punti senza fare un plissé, rendendo il traguardo scontato.


Domani a Londra due Italie si giocheranno l'onore e la storia a poche ore di differenza e a venti chilometri di distanza, quelli che dividono Wimbledon dallo stadio di Wembley, entrambe su un prato verde, il colore della speranza e, speriamo non solo per noi, della rinascita dopo un lungo terribile anno e mezzo. Due Italie che un po' si assomigliano per gioventù, freschezza e, almeno a vederle da fuori, per semplicità di comportamenti. Matteo Berrettini è un bello che non ostenta la sua bellezza, è un romano con un aplomb da diplomatico, un campione che non tiene il broncio se i media lo trascurano, un ragazzo rimasto fedele alla famiglia e al suo primo maestro, Vincenzo Santopadre, ex numero cento della classifica mondiale. Domani pomeriggio entrerà al Conclave da cardinale, se non ne uscirà Papa - ma chissà? - sappia che lo ringrazieremo lo stesso.