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Dopo il Mondiale senza Italia e la pandemia
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Il cielo di Wembley è azzurro come questa notte d'estate: la ricorderemo fra le più belle della nostra vita. E quando ripenseremo a quest'Europeo di calcio vinto con merito proprio in casa dell'Inghilterra, sogno fantozziano in un anno sbilenco, con le nostre vite messe in pausa da un tempo ormai insopportabile, la memoria ci riporterà agli occhi il pianto di Mancini mentre stringe l'amico di sempre Vialli, proprio sul prato dove quasi trent'anni fa capirono di non essere invincibili e si separarono, un minuto dopo aver vissuto la più grande beffa sportiva della loro carriera. C'è sempre una seconda possibilità, però: basta aspettare. È questa la lezione che arriva da Londra.


Non è solo la vittoria, splendida, a riempire il cuore in questa notte. È il sentiero che ha condotto l'Italia a raggiungerla, dopo aver toccato il punto più basso della sua storia. Tre anni fa guardavamo il…

Il cielo di Wembley è azzurro come questa notte d'estate: la ricorderemo fra le più belle della nostra vita. E quando ripenseremo a quest'Europeo di calcio vinto con merito proprio in casa dell'Inghilterra, sogno fantozziano in un anno sbilenco, con le nostre vite messe in pausa da un tempo ormai insopportabile, la memoria ci riporterà agli occhi il pianto di Mancini mentre stringe l'amico di sempre Vialli, proprio sul prato dove quasi trent'anni fa capirono di non essere invincibili e si separarono, un minuto dopo aver vissuto la più grande beffa sportiva della loro carriera. C'è sempre una seconda possibilità, però: basta aspettare. È questa la lezione che arriva da Londra.


Non è solo la vittoria, splendida, a riempire il cuore in questa notte. È il sentiero che ha condotto l'Italia a raggiungerla, dopo aver toccato il punto più basso della sua storia. Tre anni fa guardavamo il Mondiale in tv, a interrogarci sul destino di un movimento da rifondare. Tre anni dopo, la Nazionale raccoglie i frutti di una rivoluzione coraggiosa portata avanti dal suo ct visionario, un radicale cambiamento di pensiero che ha sostituito il coraggio all'attendismo, la voglia di osare all'abilità nel temporeggiare, il senso del gruppo all'individualismo in un Paese che per tradizione preferisce oziare in attesa dell'uomo forte, del sedicente fuoriclasse che ti risolve i problemi.


L'Italia stavolta ha cercato una sua identità e l'ha difesa orgogliosamente. I rivali di sempre, affrontando gli Azzurri, hanno cambiato modulo, rincorso alchimie tattiche, cercato rifugio in soluzioni più prudenti, imbastito persino forme spurie di catenaccio che sono risultate indigeste più o meno come la pizza con l'ananas che i tabloid hanno esibito orgogliosi nei giorni che hanno preceduto questa sfida: chissà se il risultato di ieri cambierà almeno quest'abitudine.
La mano benedetta di Donnarumma ha inciso il nome della Nazionale sul trofeo, ma questa vittoria risulta la somma di ventisette storie di rivincita e di redenzione: non ci sono molte stelle capricciose fra questi ragazzi, ma giocatori che hanno capito il momento e l'importanza della missione di vestire l'azzurro proprio in questi giorni, con una responsabilità che non è sconfinata nella retorica. Quasi tutti avevano un buco nero nel proprio passato, uno schiaffo ricevuto sul più bello, una porta sbattuta sul muso, e sono dovuti ripartire altrove, a convincere se stessi e gli altri che fossero da grande squadra, prima, e da Nazionale, poi. Basta crederci, ma nel modo giusto. Non come gli inglesi, ecco: chiedevano per questo lunedì un giorno di festa in più, in modo da celebrare un titolo già certo. Oggi andranno in ufficio come sempre. Sarà per la prossima volta.