"Mai vista una protesta così nella mia vita, fin quando sono arrivati miliziani e polizia, con la violenza. Sembrava un film, ho visto un uomo picchiato solo perché gridava Libertad!”: Noel Alonso Ginoris, 26 anni, scrittore del Movimiento San Isidro, gruppo di artisti cubani schierati contro la censura del regime dei Castro, non ha parole nel raccontare i cortei che lo scorso week end hanno animato l’Isola.
L’ultima volta che i cubani si son ribellati contro la dittatura era il 1994, la generazione di Ginoris in fasce. Allora i cubani, con la rivolta del Maleconazo, costrinsero Fidel Castro a lasciar emigrare migliaia di cittadini, per poi subito rinserrare le maglie dell’oppressione. Dal 2019, dopo la morte di Fidel e il ritiro del fratello Raul, novantenne e malato, guida il Paese, dal 2021 anche il Partito comunista, l’incolore presidente Miguel Díaz-Canel, apparatchik di partito sordo, come ha scritto Alberto Flores d&rsquo…
"Mai vista una protesta così nella mia vita, fin quando sono arrivati miliziani e polizia, con la violenza. Sembrava un film, ho visto un uomo picchiato solo perché gridava Libertad!”: Noel Alonso Ginoris, 26 anni, scrittore del Movimiento San Isidro, gruppo di artisti cubani schierati contro la censura del regime dei Castro, non ha parole nel raccontare i cortei che lo scorso week end hanno animato l’Isola.
L’ultima volta che i cubani si son ribellati contro la dittatura era il 1994, la generazione di Ginoris in fasce. Allora i cubani, con la rivolta del Maleconazo, costrinsero Fidel Castro a lasciar emigrare migliaia di cittadini, per poi subito rinserrare le maglie dell’oppressione. Dal 2019, dopo la morte di Fidel e il ritiro del fratello Raul, novantenne e malato, guida il Paese, dal 2021 anche il Partito comunista, l’incolore presidente Miguel Díaz-Canel, apparatchik di partito sordo, come ha scritto Alberto Flores d’Arcais, alle sofferenze della popolazione.
Miseria, code per ogni bene di prima necessità, epidemia di Covid-19 rampante, mentre si spaccia la disinformazione del paradiso sanitario all’Avana, blackout elettrici, censura sui social media, arresti dei leader per i diritti umani rendono la vita quotidiana impossibile, per chi non gode di privilegi di stato.
Al decrepito slogan di Fidel, “Patria o Muerte”, i dimostranti, partiti dalla città di San Antonio de los Baños, contrappongono lo sfrontato “Patria y Vida!”, cantato su note musicali rap, che dal web rimbalzano sui lungomari.
Tanto nobile e solitaria è la causa dei cubani che ci si aspetterebbe, finalmente, che anche la sinistra italiana si unisse alle associazioni internazionali dei diritti civili, tutte, denunciando l’autunno castrista. Invece, oltre 60 anni dopo la battaglia del Capodanno 1958, a Santa Clara, che assicurò la vittoria a Castro e Che Guevara, prevalgono silenzio, indifferenza snob, cinismo anti-yankee e quando la notizia del movimento “Patria y Vida” rompe l’ipocrisia, la si imbeve di propaganda cubana, legando tutti i mali del regime all’embargo economico Usa. Il quotidiano Il Manifesto, che pure con i reportage del grande K.S. Karol ruppe con la dittatura di Castro già nel 1969, si affida ora a fonti filocastriste di dubbie testate russe, Rossanda non avrebbe certo apprezzato.
Cuba scatena, nei media e nelle formazioni eredi del Pci, un ancestrale complesso, spegnendo il coraggio morale di recidere l’albero genealogico del mito. Ci si ostina a sognare la rivolta contro il sanguinario despota Fulgencio Batista, i quaderni del Che, l’utopia caraibica di bandiere, machete, Cuba libre, Buena Vista Social Club, ignorando la realtà. Dalla persecuzione contro il poeta Heberto Padilla, incarcerato nel 1971, all’esilio comminato nel 1968 al leggendario primo direttore di Radio Rebelde, Carlos Franqui, critico verso la deriva totalitaria della Revolucion con l’applauso di Castro all’invasione sovietica in Cecoslovacchia, fino alla monumentale biografia del Che di Jon Lee Anderson (Feltrinelli), la storia condanna Castro, non lo assolve, come lui proclamava fiero nel 1953. Vero che l’embargo economico Usa è obsoleto reperto della Guerra Fredda, l’Onu ne chiede la fine da tempo, e il presidente Obama ci avrebbe pensato, se solo Raul Castro gli avesse offerto una sponda. Il regime, invece, non vuole davvero la fine delle sanzioni di Washington, indispensabile alibi del proprio fallimento.
Il Partito democratico del nuovo segretario Enrico Letta sta conducendo una sua, lodevole, campagna per riconquistare consensi tra le nuove generazioni, diffidenti davanti alla sinistra di vecchio conio. Sarebbe importante dunque offrire icone e ideali limpidi e seppellire i trofei sconfitti nel Novecento, schierandosi con i ragazzi coraggiosi in lotta per la libertà, a Hong Kong e all’Avana, come prova a fare, sia pur con cautela, Joe Biden.
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