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No, non è la Dad il problema dei nostri studenti

(ansa)
Responsabilità e soluzioni per i disastrosi risultati dei test Invalsi
2 minuti di lettura

Tutta colpa della Dad? È per questo che, alla Maturità, metà degli studenti non conosce l'Italiano? Gli ultimi risultati delle prove Invalsi sono catastrofici. E ci restituiscono una fotografia davvero brutta della preparazione dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze, soprattutto alle superiori.

E sebbene nell'ultimo anno e mezzo le scuole siano state aperte poco, e abbiano per lo più funzionato grazie alla didattica a distanza, non credo che il problema dell'apprendimento dell'Italiano sia legato alle lezioni in presenza. Tanto più che sono anni che maestri, professoresse e genitori si lamentano un po' ovunque del progressivo declino linguistico dei più giovani.

In Francia, ad esempio - dove sono ormai più di vent'anni che vivo e insegno in università -, quando arriva il momento di correggere gli scritti, iniziano i sudori: ormai non c'è più solo il problema dell'assenza di rigor…

Tutta colpa della Dad? È per questo che, alla Maturità, metà degli studenti non conosce l'Italiano? Gli ultimi risultati delle prove Invalsi sono catastrofici. E ci restituiscono una fotografia davvero brutta della preparazione dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze, soprattutto alle superiori.

E sebbene nell'ultimo anno e mezzo le scuole siano state aperte poco, e abbiano per lo più funzionato grazie alla didattica a distanza, non credo che il problema dell'apprendimento dell'Italiano sia legato alle lezioni in presenza. Tanto più che sono anni che maestri, professoresse e genitori si lamentano un po' ovunque del progressivo declino linguistico dei più giovani.

In Francia, ad esempio - dove sono ormai più di vent'anni che vivo e insegno in università -, quando arriva il momento di correggere gli scritti, iniziano i sudori: ormai non c'è più solo il problema dell'assenza di rigore argomentativo, ma anche, e forse soprattutto, il dramma di decine e decine di errori di grammatica e di sintassi che rendono indigesta, se non impossibile, la lettura degli elaborati.

Io, quest'anno, ho chiuso volontariamente un occhio. Proprio perché sono stata la prima a soffrire durante le lezioni online, ho lasciato correre ogni tipo di strafalcione e ho avuto compassione promuovendo praticamente tutti. Ma non sono state le lezioni a distanza ad avere un impatto sull'incapacità di scrivere dei miei studenti. Ormai sono anni che la situazione si degrada, e se non si prova tutti insieme a cercare una soluzione, ci troveremo presto (e ovunque) con una classe dirigente ignorante e incapace di dirigerci.

Sono ormai diventata una di quelle vecchie brontolone che non fanno altro che rimpiangere il passato? Penso anch'io che i ragazzi e le ragazze siano svogliati e bamboccioni? In realtà, no. Non è questo il punto. Non penso affatto che i giovani fossero migliori prima. Credo piuttosto che, essendo cambiato il mondo, si dovrebbe cambiare modo di insegnare. Quando c'è qualcosa capace di appassionarli, i ragazzi si impegnano e riescono benissimo. Basti pensare a tutte le competenze che hanno, e di cui noi adulti, invece, siamo del tutto privi. I più giovani sanno manipolare perfettamente i computer, i tablet e i cellulari, trovando spesso soluzioni fantasiose a problemi di fronte ai quali noi adulti ci blocchiamo e, sussurrando patetici "e ora?", quasi sempre siamo costretti a chiedere aiuto proprio a loro.

Al tempo stesso, però, i ragazzini e le ragazzine leggono pochissimo. Cioè. Passano ore sui social percorrendo post spesso sgrammaticati e pieni di strafalcioni, ai quali magari rispondono in maniera altrettanto sgrammaticata. Utilizzano "Google traduttore" per capire rapidamente un testo scritto in tedesco o in russo o in francese mentre noi possiamo passarci ore sopra senza capirci nulla. Ma poi, a forza di non preoccuparsi della resa stilistica della traduzione di Google, trattano anche la propria madre lingua come un semplice strumento da utilizzare - un po' come l'inglese, che ormai parliamo tutti, e poco importa la competenza linguistica, lo stile, l'accento, basta farsi capire ed essere efficaci - senza rendersi conto che la lingua è anche (e forse soprattutto) un'arte: più la si conosce, più ci permette di nominare le mille sfumature del reale, di trovare le parole giuste per spiegare quello che proviamo, di convincere chi la pensa in maniera diversa, di argomentare e di sentirci liberi.

Quand'ero bambina, leggevo tantissimo. Libri e libri che divoravo e che mi aprivano mondi sconosciuti, parole che non conoscevo ancora e che, pian piano, mi aiutavano a nominare ciò che mi faceva bene e ciò che, invece, mi feriva. Leggevo, e senza fare alcuno sforzo imparavo a scrivere e a parlare. Leggevo, e i miei maestri e le mie maestre erano Jane Austin e Victor Hugo, Stendhal e Herman Hesse, Milan Kundera ed Elsa Morante. Leggevo tutto, pure quando non capivo fino in fondo quello che stavo leggendo, e anche se i romanzi nei quali mi immergevo non c'entravano nulla con il programma svolto in classe.

Forse è da qui che dovremmo ricominciare noi insegnanti: invece di costringere i nostri ragazzi e le nostre ragazze a imparare ciò che talvolta spieghiamo loro male, dovremmo comunicare loro la passione della lettura. La voglia di aprire un libro e dimenticare tutto il resto. Il desidero di impossessarsi delle parole giuste, non tanto per passare in maniera brillante i test Invalsi, ma per avere accesso all'unico strumento che, una volta acquisito, regala la libertà di capirsi e raccontarsi.