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Europei di calcio, il trofeo della normalità

Il trofeo degli Europei 2020 al Quirinale
Il trofeo degli Europei 2020 al Quirinale (ansa)
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Chi ha vissuto Italia-Germania nel 1970, e ancora se ne ricorda, capisce bene la dimensione di resa dei conti, incruenta ma non pacifica, che alla "partita del secolo" era connessa. Oggi nulla del genere è possibile, certo. Eppure ancora oggi, come sempre, il calcio veicola significati che lo trascendono. Se non antichi rancori, esprime pulsioni profonde, stratificazioni di senso che aspettano solo un'occasione per manifestarsi. E ciò tanto nella fase agonistica vera e propria quanto, e forse più, nella festa, nel festeggiamento che segue la vittoria. Che nel caso di Italia-Inghilterra ha toccato altissimi livelli di intensità.

Non si tratta semplicemente dell'esultanza in cui si consuma il conflitto primordiale amico/nemico, la struttura ancestrale, in larga parte polemica, delle nostre emozioni. C'è in quella festa qualcosa di ancora diverso. Vi è un nuovo rapporto non solo con l'altro, ma con noi stessi. Come ormai da più di un secolo l'antropologia ci dice, e come sapevano bene gli antichi, la festa è l'occasione in cui si afferma un mondo alternativo, in cui si sovvertono le regole del mondo quotidiano, i suoi codici di comportamento.

Nella festa le regole non tanto sono violate quanto vengono eccedute. Nella festa si vive in un'altra dimensione, si manifesta l'insorgere di un'energia, di una libertà, che normalmente non sono a disposizione delle persone. È l'energia dell'eccesso, della fusione collettiva. È un'energia che ci fa trascendere noi stessi come individui e che ci dona un'unità inconsueta, un'identità rara, appunto "festiva": un insieme di persone crea una persona nuova, priva di una forma definita, mobile, esagerata, eccedente ogni misura. La festa è una cosa seria perché dà vita a un contesto pubblico alternativo alla politica istituzionale. Perché ci fa stare insieme pur senza regole, perché è un'esplosione che deve essere innescata da un conflitto, reale o rituale, ma che va oltre il conflitto, che sfocia nell'estasi dionisiaca. Perché, in fondo, è fine a se stessa.

Ed è questo il motivo per cui la festa è una cosa seria ma anche effimera. Per cui, finita la festa, il mondo torna com'era prima, alle sue regole. Il mondo della festa è impossibile, non può avere durata, stabilità. E in ciò la festa differisce dallo "stato nascente" del potere costituente, dal ritrovarsi uniti nelle piazze, dall'abbracciarsi entusiasti perché un conflitto è finito, e inizia esplicitamente un'altra storia, un nuovo ordine. La festa, invece, non prelude a un nuovo ordine. È un evento spontaneo che si esaurisce in sé. Che, il giorno dopo, lascia le cose come stanno.

Nondimeno, l'incredibile festa italiana di domenica notte reca, impliciti, molti significati, che vanno decifrati. Sono significati che vanno al di là di una vittoria sportiva, che parlano di un'altra vittoria. Si è formata un'insorgenza contro l'emergenza, un eccesso contro l'eccezione, un'affermazione di vitalità che ha voluto cancellare la negazione della vita operata dalla pandemia, un'emozione liberatoria dopo la mortificazione delle limitazioni a cui siamo soggetti da mesi. Si è visto l'abbraccio collettivo in antitesi al distanziamento, la fusione senza il timore del contagio; l'energia ha preso il posto della rassegnazione, l'entusiasmo della depressione. Ci si è ritrovati, dopo avere temuto di essersi persi. La massa del popolo ha affermato la propria presenza, come per liberarsi dal fantasma dell'assenza, per vincere la condanna a un'esistenza solo mediatica, esclusivamente virtuale.

La vittoria calcistica si è trasformata in pulsione alla liberazione, l'esultanza in speranza. In forma evidentemente spontanea, non calcolata, al di là di un'esplicita riflessione e di un deliberato proposito, la festa è stata uno scomposto rito apotropaico collettivo, uno scongiuro di massa, non rivolto contro la perfida Albione o contro la Brexit, ma contro la pandemia, contro il Covid. Dimostrazione di un bisogno incontenibile, sordo a ogni discorso di prudenza e a ogni consiglio di moderazione, la festa ha lasciato emergere - prima di ogni mediazione razionale, di ogni correttezza politica - l'anima profonda di un popolo, più di ogni sondaggio o di ogni focus. La politica ufficiale in questo magma di sofferenza e di insofferenza dovrebbe leggere una domanda di normalità, posta in forme eccezionali. Una domanda da prendere seriamente, senza ridicole strumentalizzazioni e senza inopportuni paternalismi.
 

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