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Libero De Rienzo, l'uomo delle piccole cose. L'amicizia con Emanuele Trevi

(ansa)

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Nel gesto di donare Gina a uno scrittore amico, c’era tutto quello di cui ha bisogno un artista vero: salvare un cane, spostare il baricentro di una persona a cui vuoi bene
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Molti anni fa Libero de Rienzo regalò un cane a uno scrittore. Quel cane, femmina, venne chiamato Gina, come la Lollobrigida. Nome che le fu assegnato per contrasto, in virtù della sua inarrivabile bruttezza. Quello scrittore era Emanuele Trevi e tutto avrebbe desiderato tranne che ricevere in dono, per il suo matrimonio con Martina, un cane disturbato. Preso al canile, ultimo tra gli ultimi.

Gina era bruttina grande, pelosa, disarmonica e molto malinconica. Alcune persone, ne avrete forse conosciute, fanno gesti così, che a tutti sembrano insensati, addirittura fastidiosi. Non per stupire, ma perché hanno priorità diverse dagli altri, sentono le voci delle piccole persone, se ne fregano di quello che la maggior parte di noi ritiene giusto, o utile. Ho pensato spesso a quel gesto, anche per le conseguenze che ha avuto. Libero de Rienzo, Picchio per i suoi amici, era una persona così. Faceva pensare a quei mistici con la testa per aria, capaci…

Molti anni fa Libero de Rienzo regalò un cane a uno scrittore. Quel cane, femmina, venne chiamato Gina, come la Lollobrigida. Nome che le fu assegnato per contrasto, in virtù della sua inarrivabile bruttezza. Quello scrittore era Emanuele Trevi e tutto avrebbe desiderato tranne che ricevere in dono, per il suo matrimonio con Martina, un cane disturbato. Preso al canile, ultimo tra gli ultimi.

Gina era bruttina grande, pelosa, disarmonica e molto malinconica. Alcune persone, ne avrete forse conosciute, fanno gesti così, che a tutti sembrano insensati, addirittura fastidiosi. Non per stupire, ma perché hanno priorità diverse dagli altri, sentono le voci delle piccole persone, se ne fregano di quello che la maggior parte di noi ritiene giusto, o utile. Ho pensato spesso a quel gesto, anche per le conseguenze che ha avuto. Libero de Rienzo, Picchio per i suoi amici, era una persona così. Faceva pensare a quei mistici con la testa per aria, capaci di dormire per terra, di parlare con i lupi. Aveva una presenza numinosa, di una spampanata sacralità. Ho sempre avuto la sensazione che fosse sintonizzato su qualcosa di diverso rispetto alla realtà che aveva intorno, qualcosa che noialtri non riuscivamo a sentire. Aveva, per esempio, un modo di ridere davvero bizzarro, forse perché come tutti i bravi attori aveva un gran senso del ritmo. Comunque quando rideva sembrava che piangesse, rideva al contrario, insomma, con tutto il viso che si accartocciava. Aveva un gran buco nel cuore, questo si capiva dopo due minuti che ti stava davanti, ed era immensamente generoso, questo lo sanno tutti quelli che lo hanno visto recitare.

Quando nel 2001 è uscito “Santa Maradona”, il film di esordio di Marco Ponti, Libero de Rienzo è diventato una specie di simbolo della sua generazione. Bart, il personaggio, è un giovane Lebowski, spiritoso, intelligente, che pronuncia battute fulminanti, enuncia teorie iperboliche. Un fuoriclasse del cazzeggio, l’amico indolente e nichilista che tutti vorrebbero avere. Qualche anno dopo è stato Giancarlo Siani nel film di Marco Risi, “Fortapàsc”. E anche in quel caso ha dato a quel ruolo tutto il suo modo speciale di stare al mondo, imprevedibile, strampalato. In mezzo e dopo ha partecipato a film bizzarri, ha fatto ruoli minuscoli perché gli piaceva la storia e il regista o la regista che la girava.

Ha fatto “Smetto quando voglio” di Sydney Sibilia e molte opere prime, perché era curioso e coraggioso. Forse l’ultimo film che ha girato è appunto un’opera prima, di Stefano Sardo, intitolata “Una relazione”, che deve ancora uscire. Aveva una di quelle facce da ragazzino vecchio, ce l’aveva da sempre. Bellissima, ma mai innocente. Per questo non è mai invecchiato. Gina invece sì, e poiché i i cani hanno vite brevi, a un certo punto è morta. Senza sapere di essere diventata la protagonista di un bellissimo libro intitolato “I cani del nulla”, di Emanuele Trevi, appunto. Un libro anche cruciale, che ha cambiato il passo di Trevi come scrittore e anche il suo destino.

Picchio è stato un bravissimo attore, un padre, uno sceneggiatore e molte altre cose. Ma quando penso a lui mi viene sempre in mente la Gina. Perché, adesso credo di saperlo, in quel gesto — insensato, fastidioso — c’era tutto quello di cui ha bisogno un artista vero: salvare un cane, donarlo a un amico, spostare il baricentro di una persona a cui vuoi bene. Non che proprio fosse consapevole di quello che stava facendo, ma da qualche parte, secondo me, lo intuiva. O forse no. O forse era solo quella sua infinita capacità di fare pasticci e far ridere gli amici. Pensa se da qualche parte quei due, Picchio e la Gina, si incontrano di nuovo…