L'uomo che sulla riforma del processo penale doveva "sfidare Draghi" - come lo incitava a fare il suo organo di stampa ufficioso - ha rinfoderato in fretta le armi. E in questo ha dimostrato realismo, forse perché ha compreso che stravolgere la legge Cartabia non è possibile, tantomeno tornare al vecchio testo di Bonafede, magari rinominato in altro modo. Dunque il colloquio a Palazzo Chigi è stato tutto tranne che un drammatico vertice tra due potenze, come una certa propaganda aveva tentato di presentarlo. Il presidente del Consiglio è abbastanza solido - e il suo governo privo di alternative - per permettersi di evitare le mediazioni al ribasso. Né deve subire la guerra dei veti: certo non sulla riforma della giustizia, irrinunciabile per via della relazione con i fondi NextGen.eu. Da parte sua, Conte sembra ancora alla ricerca di un'identità e non potrebbe essere altrimenti, visto che guida una truppa disordinata e framme…
L'uomo che sulla riforma del processo penale doveva "sfidare Draghi" - come lo incitava a fare il suo organo di stampa ufficioso - ha rinfoderato in fretta le armi. E in questo ha dimostrato realismo, forse perché ha compreso che stravolgere la legge Cartabia non è possibile, tantomeno tornare al vecchio testo di Bonafede, magari rinominato in altro modo. Dunque il colloquio a Palazzo Chigi è stato tutto tranne che un drammatico vertice tra due potenze, come una certa propaganda aveva tentato di presentarlo. Il presidente del Consiglio è abbastanza solido - e il suo governo privo di alternative - per permettersi di evitare le mediazioni al ribasso. Né deve subire la guerra dei veti: certo non sulla riforma della giustizia, irrinunciabile per via della relazione con i fondi NextGen.eu. Da parte sua, Conte sembra ancora alla ricerca di un'identità e non potrebbe essere altrimenti, visto che guida una truppa disordinata e frammentata, pallida eco del movimento vincitore nel 2018.
Sulla carta, il quasi leader dei Cinque Stelle avrebbe dovuto mettere sul tavolo, battendo il pugno, una serie di condizioni del tipo "prendere o lasciare", imponendo il ritiro del disegno di legge (quello che il giornale a lui vicino definisce "schiforma" con sapido gioco di parole). Fino a minacciare, e magari anche ad attuare, il ritiro dei 5S dall'esecutivo. Ma questa è sempre stata fantapolitica, possibile in un universo parallelo, non qui nella bizzarra estate romana. Conte ha dovuto accettare la diarchia con Grillo, il che vuol dire che il suo margine di manovra è molto limitato. In particolare il mondo "grillino", a cominciare da Di Maio, non ha alcuna intenzione di lasciare il governo e la maggioranza. Quindi la pistola dell'ex premier era scarica. E il colloquio a Palazzo Chigi, di conseguenza, non ha avuto tratti ultimativi. In pratica lo spazio che resta a Conte - e a Enrico Letta che gli sta dando una mano e qualcosa di più - consiste nel proporre qualche correttivo minore, destinato a essere presentato all'esterno come una grande vittoria politica. E infatti l'ex premier ha garantito che i 5S "saranno vigili", in modo da non consentire che alla nuova legge sfugga qualche "area di impunità".
È quello che avrebbe potuto dire qualsiasi altra forza della maggioranza. Del resto, la stessa magistratura si sta avviando nel suo complesso ad accettare la riforma, pur senza entusiasmi e nonostante le riserve dei settori più corporativi. Qualche ritocco più di facciata che di sostanza è già stato messo nel conto da Draghi e dalla Guardasigilli e servirà allo scopo. Il che non esclude un residuo di ambiguità in Parlamento, la voglia di organizzare qualche trappola che può tentare i più intransigenti tra i 5S. Ma tutti, da Conte al segretario del Pd, sanno che sullo sfondo incombe il voto di fiducia. Oggi non c'è bisogno di minacciarlo, perché è quasi ovvio che il governo vi farà ricorso se il senso della legge verrà capovolto. O se qualcuno metterà in pratica tattiche dilatorie per rinviare l'approvazione a dopo l'estate. Certo, il Parlamento ha il diritto di discutere e legiferare come meglio crede. Tuttavia a differenza del ddl Zan, la riforma della Giustizia è emanata dal governo e Draghi ha il dovere di portarla a buon fine senza stravolgimenti. Quanto al Pd, avrebbe l'occasione e l'interesse di co-intestarsi le nuove norme, senza lasciare che sia la destra oppure Renzi a emergere come vincitori dal solito braccio di ferro.