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Il diritto a ripartire

(ansa)
Lavoro, le richieste di Confindustria sul Green Pass
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Nell'estate delle polemiche sfinenti sulla necessità di un Green Pass per entrare al ristorante o scatenarsi in discoteca, piomba un richiamo alla realtà che suona come una sveglia per molti. Una lettera del direttore generale di Confindustria Francesca Mariotti ai suoi referenti nelle sedi locali dell'associazione traccia la posizione degli industriali e le richieste che questi intendono fare al governo.


In sintesi si chiede la possibilità di adibire i lavoratori che non possano dimostrare di essere vaccinati attraverso l'esibizione del Green Pass, a mansioni diverse da quelle che gli sono solitamente assegnate se in questo modo si evitano contatti pericolosi con i loro colleghi; in alternativa si arriva a ipotizzare che il lavoratore non vaccinato per il quale non ci sia un'occupazione "sicura" in azienda o a casa possa essere sospeso e contemporaneamente venga sospesa anche la sua retribuzione.


La lettera, che era un documento inte…

Nell'estate delle polemiche sfinenti sulla necessità di un Green Pass per entrare al ristorante o scatenarsi in discoteca, piomba un richiamo alla realtà che suona come una sveglia per molti. Una lettera del direttore generale di Confindustria Francesca Mariotti ai suoi referenti nelle sedi locali dell'associazione traccia la posizione degli industriali e le richieste che questi intendono fare al governo.


In sintesi si chiede la possibilità di adibire i lavoratori che non possano dimostrare di essere vaccinati attraverso l'esibizione del Green Pass, a mansioni diverse da quelle che gli sono solitamente assegnate se in questo modo si evitano contatti pericolosi con i loro colleghi; in alternativa si arriva a ipotizzare che il lavoratore non vaccinato per il quale non ci sia un'occupazione "sicura" in azienda o a casa possa essere sospeso e contemporaneamente venga sospesa anche la sua retribuzione.


La lettera, che era un documento interno agli organi di Confindustria e che è stata rivelata dal quotidiano Il Tempo, rischia di detonare in modo preoccupante in un momento in cui - dopo lo stop al blocco dei licenziamenti - ogni giorno porta l'annuncio di una nuova chiusura di uno stabilimento, la riforma degli ammortizzatori sociali ancora non si vede e la paura per la diffusione della variante Delta fa sentire il suo peso sulle prospettive dell'economia globale, che oggi rischiano di apparire già un po' meno rosee di qualche settimana fa.


Ma sarebbe sbagliato limitarsi a vedere la richiesta degli industriali in questa prospettiva limitata. Chi ha dovuto fare i conti con il virus e quei lavori che non si possono certo fare da casa, chi ha aperto le sue fabbriche per farle diventare centri vaccinali, chi si è preoccupato di immunizzare i propri dipendenti e in alcuni casi anche i loro familiari, adesso vede sfuggire il traguardo che pensava a portata di mano a causa delle scelte di alcuni e dell'impossibilità di chiarire chi ha fatto quelle scelte. Di fronte a un diritto alla privacy sanitaria, finora intoccabile, si contrappone in questo momento una sorta di "diritto alla ripresa" invocato dalle aziende.


Non è il primo contrasto di questo genere che avviene nell'epoca del Covid e non sarà di sicuro l'ultimo. Alcune libertà fondamentali, prima fra tutte quella di movimento, sono già state abbondantemente compresse nella fase di maggior diffusione della pandemia e continuano anche oggi a subire delle limitazioni, seppure più lievi. Il territorio in cui diritti in apparenza inconciliabili dovranno convivere si allarga e affianca ai classici diritti individuali - per l'appunto la privacy - diritti collettivi come quello alla salute pubblica e anche alla ripresa dell'economia sui quali lo Stato dovrà decidere. Ne hanno scritto anche ieri su queste colonne Tito Boeri e Roberto Perotti, spiegando che sebbene la vaccinazione obbligatoria non sia ovviamente un'opzione accettabile o possibile, chi decide di non immunizzarsi scarica sul resto della società e specie su chi gli è vicino (dai familiari ai colleghi di lavoro, appunto) delle "esternalità negative" che hanno un costo da pagare.


Certo è che di fronte alle polemiche di questi giorni sulla libertà di andare in discoteca o al ristorante - attività per i fruitori non esattamente essenziali, anche se essenziali sono i settori economici della ristorazione e del tempo libero - la lettera "fuggita" di Confindustria ci riporta al centro della questione senza troppi fronzoli: se si mette a rischio la riapertura delle fabbriche e la ripartenza economica del Paese quali diritti si potranno opporre alla richiesta che i lavoratori dimostrino di essere in regola con le vaccinazioni?


L'uscita involontaria degli industriali fa chiarezza anche in politica. Chi si lamenta delle costrizioni del Green Pass, chi sbuffa contro uno Stato che inseguirebbe i giovani per costringerli alla vaccinazione, chi tra la Lega di Matteo Salvini e i Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni gioca il gioco facile del perseguitato perché "non conforme" alla maggioranza, ha adesso un alibi in meno. Gli sarà più difficile presentarsi come difensore degli interessi del Paese e di una parte della sua classe produttiva, sarà più naturale confinarlo nel recinto dei populisti in cerca di consensi a qualsiasi prezzo.