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Simon Biles, le ragazze con le ali di Icaro

Simone Biles (reuters)

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I danni della pressione psicologica nello sport e nella vita
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Pressione psicologica per la star della ginnastica Simone Biles. Non è la sua caviglia a dover sopportare un peso troppo grande, ma la sua testa. “C’è vita oltre la ginnastica”, dice con saggezza e coraggio, e si ritira dalla gara. Pressione psicologica per la star del tennis Naomi Osaka, che lascia al terzo turno; già prima di Tokyo aveva dovuto fermarsi due mesi per lo stress. Pressione psicologica per Benedetta Pilato, squalificata nei 100 rana. “Ho nuotato in maniera orribile”, dice, “mi sentivo stanchissima, forse la pressione mediatica”. 

Biles ha dichiarato che sentiva “il peso del mondo sulle spalle”. Su quelle spalle di giovani donne (e questo del genere è un aspetto da non trascurare) ho riconosciuto il peso, ingigantito in chiave olimpionica, che molte ragazze e molti ragazzi devono portare. È il carico delle aspettative, le proprie, che poi sono quelle dei genitori, degli al…

Pressione psicologica per la star della ginnastica Simone Biles. Non è la sua caviglia a dover sopportare un peso troppo grande, ma la sua testa. “C’è vita oltre la ginnastica”, dice con saggezza e coraggio, e si ritira dalla gara. Pressione psicologica per la star del tennis Naomi Osaka, che lascia al terzo turno; già prima di Tokyo aveva dovuto fermarsi due mesi per lo stress. Pressione psicologica per Benedetta Pilato, squalificata nei 100 rana. “Ho nuotato in maniera orribile”, dice, “mi sentivo stanchissima, forse la pressione mediatica”. 

Biles ha dichiarato che sentiva “il peso del mondo sulle spalle”. Su quelle spalle di giovani donne (e questo del genere è un aspetto da non trascurare) ho riconosciuto il peso, ingigantito in chiave olimpionica, che molte ragazze e molti ragazzi devono portare. È il carico delle aspettative, le proprie, che poi sono quelle dei genitori, degli allenatori, dei professori. Anche dei coetanei. È lo sguardo dell’altro — ammirato oppure invidioso — che abita il sentimento del proprio valore. Sono le aspettative inevitabili del mondo, che oggi incalzano e rimbalzano sulla perfida kappa dei like. 

Su quelle scapole adolescenti immagino le ali di Icaro, sospese nell’aria alla ricerca della propria, quindi della giusta, altezza di volo. Un volo minacciato dalla caduta, cioè dal fallimento, cioè dalla sfida narcisistica che ci fa sentire alternativamente dei olimpici, in questo caso olimpionici, o vergognosi naufraghi della sconfitta. 

Sulle scapole mitologiche del figlio Icaro, il padre Dedalo ha innestato per sempre le ali delle aspettative degli adulti. Volare con quelle ali richiede un equilibrio che spesso cerchiamo per tutta la vita. Se volano troppo in alto, dice il mito, c’è il rischio che il sole le sciolga; se volano troppo in basso, la salsedine potrebbe inzupparle. In entrambi i casi è il crollo. Lo stile del nostro volo dipende da quelle ali. Alcuni sanno volare proprio là dove vogliono arrivare, altri sembrano condannati a un volo forzato, altri precipitano. 

I miei allievi conoscono bene le pressioni di chi si prepara a una gara perché spesso commento con loro le paure di una giovane ginnasta che si chiama Sophie ed è un personaggio della serie televisiva In Treatment. La sua è una storia molto traumatica, ma riesce a raccontare quanto può essere pesante per la psiche il più leggero dei volteggi. È il peso dell’eccellenza che, come nelle immagini alchemiche amate da Jung, porta in sé lo splendore dell’oro ma anche la gravità del piombo. 

Come l’eccellenza sportiva, anche quella accademica ha il prezzo di una grande pressione. Molti giovani ricercatori, per emergere, devono combattere col peso di indici bibliometrici che stabiliscono quanto producono, quanto vengono citati, quanto alto è il loro “impact factor”. Anche a loro può capitare di giocarsi le ali, perché la spinta all’eccellenza, che in sé è una cosa meravigliosa, può bruciare la psiche se diventa fanatismo, competizione insonne, schiavitù mediatica, confusione tra piacere per la propria bravura e identificazione con essa. È la logica del “publish or perish”, della performatività accademica esasperata, come ci hanno appena ricordato le indignate normaliste di Pisa (tre donne, anche qui). 

Un recente articolo apparso su una rivista del gruppo Nature denuncia tassi preoccupanti (tra il 20 e il 30 % dei campioni) di sintomi clinici di depressione e ansia nei/nelle giovani in carriera accademica. Così che per una piroetta eccellente o una pubblicazione magari proprio su Nature, l’equilibrio inevitabilmente precario tra fatica, passione e ambizione può rompersi. È l’attimo in cui Icaro, smentendo il mito, dovrebbe sapersi fermare per ricalcolare la sua altezza di volo.