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Danni collaterali dei ritardi

Il Presidente del Consiglio Mario Draghi (ansa)

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Lo sguardo dell’Europa sulle riforme italiane
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L’assegno che l’Unione europea sta staccando per l’Italia è composto di due importi. Il primo è tanto visibile quanto concreto. Sono quei 25 miliardi che stanno per entrare nelle casse del Tesoro. L’anticipo del Recovery Fund. Una cifra ingente. Senza precedenti, almeno non nel recente passato. Una somma che fa compiere in primo luogo una sorta di palingenesi all’europeismo del nostro Paese. Spossato dagli anni del rigore e del taglio alla spesa. Messo alla prova dai governi stressati da leggi di Bilancio in cui ogni voce si trasformava in un senso di colpa e ogni capitolo in un sudario da comprimere. 

Il secondo importo, pur essendo implicito, è addirittura più importante. Perché è una linea di credito politica. È un affidavit che garantisce il quinquennio che arriva fino al 2026. L’Italia si è guadagnata, per ora, la fiducia di Bruxelles. Ma come ogni rapporto fiduciario non può …

L’assegno che l’Unione europea sta staccando per l’Italia è composto di due importi. Il primo è tanto visibile quanto concreto. Sono quei 25 miliardi che stanno per entrare nelle casse del Tesoro. L’anticipo del Recovery Fund. Una cifra ingente. Senza precedenti, almeno non nel recente passato. Una somma che fa compiere in primo luogo una sorta di palingenesi all’europeismo del nostro Paese. Spossato dagli anni del rigore e del taglio alla spesa. Messo alla prova dai governi stressati da leggi di Bilancio in cui ogni voce si trasformava in un senso di colpa e ogni capitolo in un sudario da comprimere. 

Il secondo importo, pur essendo implicito, è addirittura più importante. Perché è una linea di credito politica. È un affidavit che garantisce il quinquennio che arriva fino al 2026. L’Italia si è guadagnata, per ora, la fiducia di Bruxelles. Ma come ogni rapporto fiduciario non può essere tradito. In particolare quando si basa su dati di fatto e non sui sentimenti. E il “tradimento”, in questo caso, sarebbe il mancato rispetto degli impegni assunti con il Pnrr. Nel merito e nella tempistica. La “road map” indicata nel Piano del governo Draghi non può essere considerata una bussola provvisoria o indicativa. Non può essere modificata dal polo magnetico impazzito delle esigenze estemporanee o dei ripensamenti di quella o quell’altra forza politica. Perché se così fosse, quella linea di credito rischierebbe di prosciugarsi molto rapidamente. 

L’esecutivo presieduto da Draghi, del resto, è nato esattamente su questo presupposto. Il precedente gabinetto è caduto sui ritardi. Sulla lentezza con cui stava preparando il NextGenerationEu. Sul giudizio non rassicurante che tutte le strutture di Bruxelles assegnavano alla capacità di Roma di raccogliere la sfida. Ossia sulla sensazione permanente che l’Italia non potesse essere considerata un partner affidabile. Che il Recovery Fund era stato studiato per affrontare la nostra crisi ma che la classe dirigente di quel momento potesse non essere all’altezza dell’impegno. 

Quella sensazione — che in parte si basava anche sul pregiudizio che negli ultimi venti anni ci ha accompagnato in tutti i palazzi della politica europea — negli ultimi mesi si è rarefatta. Basta parlare con tutti i componenti della Commissione europea o con tutti i più alti dirigenti dell’amministrazione comunitaria, per capire quanto sia cambiato il giudizio nei confronti del nostro Paese. «Qui — diceva qualche giorno fa un autorevole esponente della Cdu tedesca al Parlamento europeo — siamo tutti fan di Draghi». E quell’assegno che l’Europa sta per staccare è in larga parte autorizzato proprio dalla fiducia riposta in questo governo. 

Ma come accade in tutti i rapporti tra Stati, ogni accordo è sottoposto costantemente alla prova della verità e dei fatti. Il principio di reciprocità per l’Italia si sviluppa nel tenere fede ai patti sottoscritti. Il premier è indubbiamente un ombrello che in questa fase protegge dai pregiudizi e dai riflessi condizionati dei Ventisette. Ma comunque questo vale fino a quando non emerga una controprova. Questo esecutivo, insomma, non può permettersi soste. La sua missione — e forse anche la sua maledizione — è quella di non fermarsi mai. In caso contrario il saldo sarebbe drammatico, in termini politici ed economici. Perderemmo il velo protettivo che fino ad ora ci ha garantito nella definizione del Pnrr e in tutte le trattative operate nei consigli europei. E lasceremmo sul campo dei desideri perduti i 170 miliardi che ancora l’Ue deve consegnarci. 

La prima tranche, infatti, l’abbiamo ottenuta sostanzialmente rispettando la prima tabella della road map, a partire dalle riforme sulla Pubblica Amministrazione. Ma il secondo assegno deve essere firmato tra pochi mesi. Se la road map diventa un’“alea”, anche i soldi diventano aleatori. 

In alcune occasioni sembra che alcuni dei partiti della maggioranza si siano dimenticati di aver approvato in consiglio dei ministri e in Parlamento il Pnrr. Quei voti non rappresentano una responsabilità temporanea, ma un impegno definitivo. 

Le riforme della Giustizia, ad esempio, non costituiscono una eventualità. Sono una necessità. Il testo già esame nelle aule di Camera e Senato e quelli sul processo civile e tributario, la cui approvazione è formalmente fissata per fine anno, sono semplicemente ineludibili. Sempre che si voglia contare sui prossimi 170 miliardi. Bastava leggere nelle settimane scorse il rapporto della Commissione europea sul sistema giudiziario italiano, gli inviti rivolti dal Commissario Reynders e il dossier sullo Stato di diritto, per capire che non c’è più tempo da perdere. La discussione e il confronto sono il cuore dei sistemi democratici. Ma tutelano l’essenza della democrazia se poi si rivelano fruttuosi. Se generano efficienza e risultati. Altrimenti sono solo il frutto avariato di un dibattito inutile.

Stesso discorso per tutti gli appuntamenti scaglionati da qui a dicembre prossimo. Come la legge sulla concorrenza e la riforma fiscale. L’Unione europea ha investito su Mario Draghi. Lo considera affidabile e autorevole. Ma questo giudizio vale solo fino a quando il fatturato del suo governo sarà positivo. Ecco la vera responsabilità di cui si devono far carico le forze della maggioranza. L’inazione è stata in passato uno strumento efficace per la sopravvivenza della politica italiana. Adesso sarebbe semplicemente esiziale.