Che fine ha fatto la grande partita del cloud nazionale, l'infrastruttura dove ospitare i dati e i servizi più delicati della pubblica amministrazione? Quando il ministro per la Transizione Digitale Vittorio Colao venne negli studi di Repubblica, il 24 maggio scorso, la partenza della gara sembrava imminente. Entro fine giugno aspettiamo un progetto dai privati per metterlo a gara, fu il messaggio. Obiettivo: non solo portare il 75 per cento della pubblica amministrazione a usare servizi in cloud entro il 2025 (oggi ci sono migliaia di data center obsoleti ed esposti ad attacchi informatici); ma far partire un Polo Strategico Nazionale dove far migrare tutti i dati strategici. Quelli di cui in nessun caso possiamo perdere il controllo. Una questione di sicurezza nazionale oltre che di efficienza.
Se queste erano le premesse, va detto che siamo già un mese in ritardo rispetto ai desideri; e probabilmente ne passerà un altro prima che la gara prenda forma. Sett…
Che fine ha fatto la grande partita del cloud nazionale, l'infrastruttura dove ospitare i dati e i servizi più delicati della pubblica amministrazione? Quando il ministro per la Transizione Digitale Vittorio Colao venne negli studi di Repubblica, il 24 maggio scorso, la partenza della gara sembrava imminente. Entro fine giugno aspettiamo un progetto dai privati per metterlo a gara, fu il messaggio. Obiettivo: non solo portare il 75 per cento della pubblica amministrazione a usare servizi in cloud entro il 2025 (oggi ci sono migliaia di data center obsoleti ed esposti ad attacchi informatici); ma far partire un Polo Strategico Nazionale dove far migrare tutti i dati strategici. Quelli di cui in nessun caso possiamo perdere il controllo. Una questione di sicurezza nazionale oltre che di efficienza.
Se queste erano le premesse, va detto che siamo già un mese in ritardo rispetto ai desideri; e probabilmente ne passerà un altro prima che la gara prenda forma. Settembre. Che è successo? Quello che già si sapeva. Rispetto a come si erano mosse alcune grandi aziende italiane interessate alla commessa, le regole sono cambiate. E sono dovute cambiare le alleanze. A maggio Tim si presentava con Google, Leonardo con Microsoft e Fincantieri con Amazon. Ma queste partnership erano esattamente il contrario di quello che il ministro ha in mente per il Polo Strategico Nazionale.
La ragione è che negli Stati Uniti da qualche anno è in vigore una legge, il Cloud Act, che ordina ai fornitori di servizi cloud di mettere i dati a disposizione delle autorità americane a richiesta. Francia e Germania hanno risposto lanciando il progetto Gaia-X per favorire la nascita di un cloud europeo; e l'Italia ha subito aderito (con il precedente governo).
Quando al ministero è arrivato Colao la scelta è stata di replicare l'ultima esperienza francese ovvero favorire una partnership pubblico-privata nazionale con un controllo totale dei dati e dei servizi strategici; e al tempo stesso essere in grado di comperare sul mercato la migliore tecnologia, quella americana.
A giugno si è iniziato a lavorare a una alleanza fra Tim, Leonardo, Cassa Depositi e Prestiti e Sogei (l'azienda informatica del ministero dell'Economia), con le aziende americane un passo indietro ma non escluse. Il 9 luglio infatti, a sgomberare ogni equivoco, sul sito web del ministro è stato pubblicato un focus sul Polo Strategico Nazionale che ha chiarito che i proponenti dovranno saper combinare due esigenze: sfruttare le tecnologie "hyperscaler", tipo quelle usate da Google, Microsoft e Amazon; ed essere conformi alle disposizioni europee in materia di localizzazione e trattamento dei dati. Garantendo una protezione dall'applicazione del Cloud Act statunitense.
In pratica, chi sta seguendo il dossier dice che alla fine il Polo Strategico Nazionale sarà come una grande casa, basata in Italia, con proprietari italiani, che avrà qualche importante elettrodomestico americano ma con i comandi italiani. In pratica le aziende di Silicon Valley per partecipare dovranno fornire le chiavi di cifratura dei dati e delle app al Polo.
Di questo si sta parlando in questi giorni, tenendo conto che probabilmente alla fine si andrà verso una soluzione multi-cloud, cioè con diverse tecnologie combinate rispetto alle diverse esigenze (insomma, Google, Microsoft e Amazon potrebbero persino convivere come fornitori tecnologici).
Nel frattempo è emersa una proposta tutta italiana. L'hanno avanzata Aruba, che ha un Global Cloud Data Center vicino Milano, e Almaviva. Non una vera proposta, in realtà, solo una manifestazione di interesse. Un modo per dire, ci siamo anche noi e abbiamo le carte in regola.