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Le atlete azzurre pioniere del possibile

Lucilla Boari ha vinto il bronzo nel tiro con l'arco (reuters)

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Dal canottaggio al pugilato, alle Olimpiadi vinte medaglie mai raggiunte prima
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Giorgia e Lucilla hanno spostato il confine. Proprio come Federica e Valentina, Maria e Alessandra. Si sono prese pezzi di sport e di territorio inesplorati prima. Autentiche pioniere, viaggiatrici nello spazio e nel tempo, le nostre azzurre si sono messe al collo medaglie mai vinte alla fine di storie mai viste. Lucilla Boeri, la ragazza sfinge che bacia la corda tesa del suo arco e poi scocca l'ultima freccia per centrare il bronzo, come Guglielmo Tell la mela (ma lui non vale, lui era un maschio) chiude, per il momento, una lunga serie di inediti. Sale il gradino di un podio che in realtà è una montagna.

Su quell'Everest, con Lucilla ci sono Giorgia Bordignon, prima medaglia nel sollevamento pesi di tutta la storia azzurra; Irma Testa, la prima nel pugilato (ancora non sappiamo di quale metallo) quando i colleghi maschi non si sono neanche qualificati; Federica Cesarini e Valentina Rodini, le prime del canottaggio, e poi Maria Centracchio, la prima molisana a…

Giorgia e Lucilla hanno spostato il confine. Proprio come Federica e Valentina, Maria e Alessandra. Si sono prese pezzi di sport e di territorio inesplorati prima. Autentiche pioniere, viaggiatrici nello spazio e nel tempo, le nostre azzurre si sono messe al collo medaglie mai vinte alla fine di storie mai viste. Lucilla Boeri, la ragazza sfinge che bacia la corda tesa del suo arco e poi scocca l'ultima freccia per centrare il bronzo, come Guglielmo Tell la mela (ma lui non vale, lui era un maschio) chiude, per il momento, una lunga serie di inediti. Sale il gradino di un podio che in realtà è una montagna.

Su quell'Everest, con Lucilla ci sono Giorgia Bordignon, prima medaglia nel sollevamento pesi di tutta la storia azzurra; Irma Testa, la prima nel pugilato (ancora non sappiamo di quale metallo) quando i colleghi maschi non si sono neanche qualificati; Federica Cesarini e Valentina Rodini, le prime del canottaggio, e poi Maria Centracchio, la prima molisana ai Giochi che ora se ne torna a Isernia con il meraviglioso ciondolo di bronzo. Infine Alessandra Perilli, la tiratrice di San Marino.

Nessuno mai più dirà loro "no, voi qui non ci potete stare". Le pioniere hanno deciso di compiere l'impresa anche in discipline di combattimento per nulla tradizionali, e per qualche dinosauro poco femminili, come prendersi a pugni in faccia o alzare quintali. E che dire delle vesciche che spaccano le mani dei canottieri, anzi delle canottiere, dei loro allenamenti sul fiume d'inverno quando attorno è solo gelo, nebbia, buio e silenzio? Poco femminile anche questo? O, soltanto, terribilmente grande e forte?

Le nostre ragazze sono andate sulla Luna come Neil Armstrong, soltanto che loro sono Samantha Cristoforetti. Hanno piantato la bandiera sulla crosta di un pianeta sconosciuto e per molti versi ostile, perché i signori maschi non mollano facilmente il controllo del territorio. E su quella Luna le ragazze ci stanno andando ormai ogni giorno, come se si trattasse di prendere il tram. Sotto i corpi scivola l'acqua tagliata dai remi, dentro le mani c'è il rumore che fa un pugno quando incontra un viso, una spalla, un fianco. Quelle dita stringono un bilanciere che solleva un peso quattro volte superiore al corpo: perché Giorgia è uno scricciolo, non una valchiria, e così cade anche lo steccato del cliché, l'equazione "sport di fatica uguale corpo gonfio di muscoli e chili". Negli occhi di Alessandra, uno azzurro e l'altro nocciola come Alessandro Magno e David Bowie (maschi), non c'è soltanto la mira che spappola un piattello. E in quelli di Lucilla non c'è soltanto la curva di una freccia che centra un bersaglio. È semmai un tipo di sguardo che punta il futuro e lo infilza.

Le atlete sulla Luna ci sono entrate senza bussare, hanno sfondato la porta. E adesso parlano a tutti noi che la guardiamo, specialmente alle ragazzine che domani forse si faranno iscrivere da mamma e papà ad arco o a judo, non per forza a danza o a scherma. Non solo il calcio non è più uno sport per signorine: nessuno sport lo è. Le azzurre sui tre gradini dell'Everest dicono a ogni donna, a ogni persona: vai, e pretendi di essere quello che vuoi, impara a diventare quello che sei.

Queste Olimpiadi stanno rivendicando la libertà dell'autodeterminazione, dopo avere preteso - per uomini e donne, fuoriclasse e normali - quella della fragilità, dell'ansia, della depressione. Perché succede, può succedere a tutti. E non c'è bisogno di essere Marie Curie, prima donna a insegnare alla Sorbona e poi a vincere un Nobel per la Fisica e un altro per la Chimica. Non è obbligatorio essere Tina Anselmi, prima donna ministro in Italia nel 1976 (sì, così tardi), e neppure Elena Lucrezia Corner Piscopia, prima donna laureata al mondo (filosofia, nel 1678 a Padova). Le ragazze azzurre, più semplicemente, hanno remato e combattuto e preso la mira. Si sono tolte un peso, sollevandolo.