✕

Quelle belle facce di bronzo

Il bronzo di Simona Quadarella  (reuters)

Ascolta l'audio

Olimpiadi di Tokyo
2 minuti di lettura

Cento rana. Duecento farfalla. Spada a squadre. Quattro senza. Doppio pesi leggeri. Fioretto femminile, arco femminile, piuma femminile. Sarà che si svolgono là a Tokyo ma i nomi delle specialità a volte ricordano sillabe di haiku. Gli statistici dello sport non si fanno però distrarre da dettagli poetici. Questa commendevole categoria umana di strenui misuratori del contingente registra e sancisce i tanti terzi posti italiani, ben distribuiti fra gli ori sperati e mancati e i piazzamenti conquistati ancorché insperati ai giochi olimpici. Bronzi, bronzi, bronzi. Cosa sono, che significano?

Il bronzo: lega di rame e stagno, preceduta nel rango dai due metalli nobili oro e argento. Gradino più basso del podio. Ultimo dei vincitori, primo degli sconfitti. “Chi è il terzo che sempre ti cammina accanto?”, lo chiede un celebre verso di T.S. Eliot ma meno solennemente comincia a chiederselo anche l’Italia olimpica. Sì…

Cento rana. Duecento farfalla. Spada a squadre. Quattro senza. Doppio pesi leggeri. Fioretto femminile, arco femminile, piuma femminile. Sarà che si svolgono là a Tokyo ma i nomi delle specialità a volte ricordano sillabe di haiku. Gli statistici dello sport non si fanno però distrarre da dettagli poetici. Questa commendevole categoria umana di strenui misuratori del contingente registra e sancisce i tanti terzi posti italiani, ben distribuiti fra gli ori sperati e mancati e i piazzamenti conquistati ancorché insperati ai giochi olimpici. Bronzi, bronzi, bronzi. Cosa sono, che significano?

Il bronzo: lega di rame e stagno, preceduta nel rango dai due metalli nobili oro e argento. Gradino più basso del podio. Ultimo dei vincitori, primo degli sconfitti. “Chi è il terzo che sempre ti cammina accanto?”, lo chiede un celebre verso di T.S. Eliot ma meno solennemente comincia a chiederselo anche l’Italia olimpica. Sì perché l’agonismo parrebbe prediligere una dimensione elettiva duale: fra Achille e Ettore, tertium non datur. Due le parti del campo, due le possibilità alternative designate dal pollice, recto e verso. La polvere e l’altare, testa o croce, rouge ou noir. La tendenza bipolare lascia tuttavia spazio a un residuo, a una terzietà, che non è intermedia, come invece nelle terze vie, posizioni, polarità e in tutti i “terzismi” politici. Questa è aggiuntiva, come il Terzo Stato, il Terzo Mondo, la terza età. Non crea un impossibile punto di equilibrio fra vittoria e sconfitta ma allunga la lista: uno vince, qualcun altro si piazza.

Si stanno compiendo appena tre settimane dalla finale calcistica degli Europei. Quella sera un brivido di moralistico ribrezzo accompagnava la visione (invero, nient’affatto inedita) dei calciatori inglesi che si sfilavano dal collo il nastro con la medaglia d’argento appena conferita per il loro secondo posto. Di bronzo neanche a parlarne: da quarant’anni non si disputa nemmeno più la “finalina” per assegnarlo al terzo classificato agli europei di calcio.

Ma allora perché altrove i podi prevedono i terzi posti? Certamente la presenza di un terzo classificato fa sì che il secondo non sia l’ultimo ma si possa considerare lui stesso, almeno in quota parte, vincitore. È però raro che chi occupa il gradino più basso non sorrida. Se fosse lì solo per permettere al secondo di sottomettere a sua volta qualcun altro non avrebbe di che rallegrarsi. E invece anche il terzo ha l’aria di un vincitore. Il fatto è che la sua presenza sul podio rende evidente l’esistenza di una graduatoria. Non c’è una torta da spartire in due, ma ci sono quote di gloria da assegnare proporzionalmente. Lo stesso famoso motto di de Coubertin è molto meno caramelloso di quel che potrebbe sembrare: l’importante è partecipare perché i veri sconfitti sono quelli che alle Olimpiadi non ci sono neppure arrivati.

Nell’antichità il bronzo univa duttilità nella lavorazione, resistenza alla corrosione, una relativa pregevolezza rispetto a materiali come il ferro. “Aere perennius”, più durevole del bronzo” scrisse Orazio. L’oro brilla, l’argento orna, il bronzo dura. Resistente, e quindi impassibile, come quelle “facce di bronzo” di cui lamentiamo l’offensiva indifferenza. Meno glorioso ma di peso non irrilevante nei medaglieri, non proclama trionfi ma legittime soddisfazioni. Il compianto Alberto Arbasino forse oggi aggiornerebbe la sua celebre tripartizione e tra le fasi delle tipiche carriere italiane annovererebbe, tra le giovani promesse e i venerati maestri, i soliti bronzi.