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La forza intatta del Quirinale

(ansa)

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Il semestre bianco
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Semestre bianco, governo in rosso. Tutte le previsioni convergono su uno scenario turbolento per l'esecutivo Draghi, ponendone in dubbio l'efficienza, se non anche la sopravvivenza. Perché il periodo appena cominciato segna l'amputazione del potere principale del capo dello Stato, ossia lo scioglimento delle Camere, l'interruzione anticipata della legislatura. E perché i partiti, a questo punto, hanno le mani libere, ciascuno può infilzare il governo senza temere il responso delle urne. Risultato: la paralisi, lo stallo. Una crisi di governo permanente, consumata ogni giorno benché non dichiarata. E nessun progresso, a causa dei veti incrociati, sulle riforme in calendario: la giustizia, il fisco, la concorrenza e via elencando.


Ma è davvero così? E ricade sui costituenti la responsabilità di questa sciagura prossima ventura? La loro colpa, in realtà, fu un eccesso di prudenza, o se si vuole d'astrattismo, d…

Semestre bianco, governo in rosso. Tutte le previsioni convergono su uno scenario turbolento per l'esecutivo Draghi, ponendone in dubbio l'efficienza, se non anche la sopravvivenza. Perché il periodo appena cominciato segna l'amputazione del potere principale del capo dello Stato, ossia lo scioglimento delle Camere, l'interruzione anticipata della legislatura. E perché i partiti, a questo punto, hanno le mani libere, ciascuno può infilzare il governo senza temere il responso delle urne. Risultato: la paralisi, lo stallo. Una crisi di governo permanente, consumata ogni giorno benché non dichiarata. E nessun progresso, a causa dei veti incrociati, sulle riforme in calendario: la giustizia, il fisco, la concorrenza e via elencando.


Ma è davvero così? E ricade sui costituenti la responsabilità di questa sciagura prossima ventura? La loro colpa, in realtà, fu un eccesso di prudenza, o se si vuole d'astrattismo, di ragionamenti ipotetici e libreschi. Il 24 ottobre 1947 il comunista Renzo Laconi - costituente fra i più attivi - motivò così la norma che vieta al presidente di sciogliere le Camere negli ultimi sei mesi del proprio settennato: altrimenti, disse, quest'ultimo potrebbe fare "un piccolo colpo di Stato legale", sbarazzandosi d'un Parlamento che gli è ostile per ottenere la rielezione dal nuovo Parlamento. Ipotesi di scuola, smentita da un'esperienza lunga più di settant'anni. Semmai la storia italiana ha registrato l'ipotesi contraria, con le Camere pronte a rieleggere il capo dello Stato uscente, ieri Napolitano, oggi Mattarella. E infatti già nel 1963 il presidente Segni, in un messaggio formale al Parlamento, propose d'abrogare quella norma, escludendo al contempo la rieleggibilità del presidente in carica. Ovviamente non se ne fece nulla, benché il governo dell'epoca avesse sostenuto la proposta con un disegno di legge costituzionale; in Italia le sole riforme della Costituzione accettate dai partiti sono quelle peggiorative.


E tuttavia l'ultimo semestre di Sergio Mattarella non sarà poi così diverso dai 13 semestri che l'hanno preceduto. Non è vero che il nostro presidente sia depotenziato o disarmato nella contesa fra i partiti; non è vero che le sue iniziative vengano azzerate dall'impossibilità d'indire le elezioni; non è vero che d'ora in avanti gli sia preclusa una scelta altrimenti necessaria. Avrebbe forse sciolto il Parlamento, dinanzi a una crisi politica aperta ieri, anziché domani? Molto improbabile, per le medesime ragioni che lui già enunciò a febbraio, dopo la caduta del governo Conte: l'emergenza sanitaria, la necessità d'utilizzare i finanziamenti europei, insieme a un complesso di scadenze che salterebbero come birilli, nel tempo immobile che corre fra una legislatura e l'altra. Insomma, non c'è differenza tra il 2 e il 4 agosto: Mattarella perde un potere che non avrebbe comunque esercitato. E il Parlamento, accetterebbe forse di buon grado la propria morte prematura? Ancora più improbabile, quando manca un altro anno per ottenere il diritto alla pensione, quando alle prossime elezioni i posti a tavola si riducono d'un terzo.


C'è del resto un'arma che il capo dello Stato può comunque utilizzare, se il quadro politico s'ingarbuglia come una sciarada. Un rimedio estremo, prospettato mezzo secolo fa da Costantino Mortati, in una noticina del suo celebre manuale di Diritto pubblico: le dimissioni anticipate, per consentire al successore di sciogliere le Camere, senza attendere il decorso del semestre bianco. Ipotesi remota - aggiungeva tuttavia Mortati - giacché una regola di correttezza costituzionale impone ai partiti d'evitare ogni bisticcio durante quegli ultimi sei mesi. Siccome però la correttezza è una virtù in disuso, converrà tenere a mente che Mattarella conserva inalterati tutti gli altri suoi poteri. Anzi: in qualche misura si rafforzano, per la maggiore libertà che contrassegna l'ultimo tratto del mandato. Nei giorni scorsi ne ha offerto una prova il freno al Csm sulla bocciatura della riforma penale, così come l'ultimatum ai presidenti delle Camere sull'ennesimo decreto ("Sostegni bis") infarcito d'emendamenti spuri, eterogenei. Il semestre è bianco, ma al Quirinale restano tutti gli altri colori.