In una fabbrica dal nome leggiadro — la Bombonette di Camposanto, provincia di Modena — ieri mattina è morta una donna di 40 anni, che si chiamava Laila ed era così contenta di avere quel lavoro, mai più pensava di morire così. Nessuno l’ha neanche sentita gridare, il frastuono delle altre macchine ha coperto le sue urla, se ha urlato. La sua macchina fustellatrice l’ha stritolata, così, ed è stato un attimo. Se volete, potete immaginare lo scontro tra la carne e l’acciaio.
Per questo, e per molte altre ragioni, Laila è sorella di Luana D’Orazio, morta il 3 maggio a Montemurlo, vicino a Prato, in una macchina orditrice, e anche di Marinela, italiana-albanese di 26 anni, finita incastrata per i capelli in un cardano che faceva girare una pompa idraulica, era il 14 giugno ed è successo nei campi di pomodori di Calendasco, vicino a Piacenza. Nell’orrendo elenco dei morti e dei feriti sul la…
In una fabbrica dal nome leggiadro — la Bombonette di Camposanto, provincia di Modena — ieri mattina è morta una donna di 40 anni, che si chiamava Laila ed era così contenta di avere quel lavoro, mai più pensava di morire così. Nessuno l’ha neanche sentita gridare, il frastuono delle altre macchine ha coperto le sue urla, se ha urlato. La sua macchina fustellatrice l’ha stritolata, così, ed è stato un attimo. Se volete, potete immaginare lo scontro tra la carne e l’acciaio.
Per questo, e per molte altre ragioni, Laila è sorella di Luana D’Orazio, morta il 3 maggio a Montemurlo, vicino a Prato, in una macchina orditrice, e anche di Marinela, italiana-albanese di 26 anni, finita incastrata per i capelli in un cardano che faceva girare una pompa idraulica, era il 14 giugno ed è successo nei campi di pomodori di Calendasco, vicino a Piacenza. Nell’orrendo elenco dei morti e dei feriti sul lavoro, queste tragiche sorelle d’Italia ci colpiscono perché dopo guardiamo le loro foto dei giorni belli, Luana con le sue amiche, i selfie ingenui, il rossetto prima di andare a mangiare la pizza, e le immagini dei figli, a volte sono piccolissimi, Laila aveva una bambina di 4 anni, Luana uno di cinque, e così Marinela.
Cosa vediamo, sono i momenti felici della loro vita, quello che non vediamo sono la fatica del lavoro, l’angoscia di perderlo, soprattutto di questi tempi, con gli effetti industriali della pandemia, un virus che uccide le persone, oppure le licenzia. E i compromessi che talvolta si accettano pur di non restare disoccupate, il ritmo che aumenta in nome della ripresa, lo stress delle consegne, il rischio che corrono ogni giorno, per tutta la durata del turno e anche dopo. Ma questo nelle foto condivise su Facebook, non c’è. Ma c’è, solo che noi non lo sappiamo, non lo vediamo, o scegliamo di non vederlo.
Ieri la Cisl di Modena ha detto di essere preoccupata per “il coinvolgimento sempre più frequente negli infortuni di lavoratrici alle prese con macchinari industriali che hanno ingranaggi in movimento”. Ha anche detto che “è indispensabile rafforzare formazione e cultura della sicurezza, ma anche l’azione di controllo e vigilanza”. Però, non è che le donne non siano capaci di stare dietro un macchinario in movimento, o che siano più distratte e sciocchine dei colleghi uomini. Anzi, spesso conoscono più che bene la macchina che usano, come Laila, italiana di origine marocchina, operaia da 15 anni nel settore packaging, operaia esperta, e lo dicono tutti quelli che la conoscono. E ne vedono i pericoli, come è stato per Luana D’Orazio. Nell’ultimo messaggio audio mandato al fidanzato, gli diceva “scusa amore, ho finito solo adesso. Mi hanno lasciata da sola con un sacco di lavoro”.
Non sono operaie e braccianti incoscienti, non sono stupide. Sono sotto ricatto, però. Più semplice assumere un uomo, difficilmente chiederà un cambio di orario o un permesso per poter badare a figli bambini. Più facile lasciare a casa una donna, quando si ristruttura, sempre che si parli di un’azienda che segue le regole, perché il lavoro nero c’è, e poi ci sono anche le fabbriche famigliari, dove sei assunta “in regola” e ti danno persino il panettone a Natale, ma lavori anche il sabato e la domenica, se serve.
Poi, la storia dei controlli. Sempre la Cisl dice che nella provincia di Modena manca almeno il 30 per cento degli ispettori del lavoro, e anche quelli di Inps, Inail e Ausl, a fronte di 58mila aziende con almeno un addetto. E allora, di cosa stiamo parlando, in un Paese che viaggia con due/tre morti sul lavoro al giorno.