La lettera inviata dieci anni fa dalla Bce al governo Berlusconi fu solo uno – e forse il meno importante - degli episodi che scandirono il conflitto tra banche centrali e governi nazionali nel corso della crisi dell’euro. Una sfiducia quasi primordiale causò una catena di errori nella gestione della crisi e, in fine, diede alla narrazione italiana un appiglio per dar la colpa dei nostri problemi a qualcun altro. Da allora tutto è cambiato in Europa. Ma è cambiata l’Italia?
All’inizio del 2011, i governi tardarono a finanziare il fondo salva Stati, lasciando l’onere dei salvataggi alla Bce e in più resero rischiosi i titoli dei Paesi da salvare. Per ritorsione, nel marzo di quell’anno la Bce, con una risoluzione mai confessata, smise di acquistare i titoli di Irlanda, Grecia e Portogallo. Quella decisione causò indirettamente la vendita di titoli pubblici italiani e spagnoli. Nei mesi successivi la situazione si …
La lettera inviata dieci anni fa dalla Bce al governo Berlusconi fu solo uno – e forse il meno importante - degli episodi che scandirono il conflitto tra banche centrali e governi nazionali nel corso della crisi dell’euro. Una sfiducia quasi primordiale causò una catena di errori nella gestione della crisi e, in fine, diede alla narrazione italiana un appiglio per dar la colpa dei nostri problemi a qualcun altro. Da allora tutto è cambiato in Europa. Ma è cambiata l’Italia?
All’inizio del 2011, i governi tardarono a finanziare il fondo salva Stati, lasciando l’onere dei salvataggi alla Bce e in più resero rischiosi i titoli dei Paesi da salvare. Per ritorsione, nel marzo di quell’anno la Bce, con una risoluzione mai confessata, smise di acquistare i titoli di Irlanda, Grecia e Portogallo. Quella decisione causò indirettamente la vendita di titoli pubblici italiani e spagnoli. Nei mesi successivi la situazione si aggravò con l’aumento dei tassi d’interesse della Bce, gli stress-test farlocchi delle autorità bancarie nazionali, le manovre dilatorie italiane e infine con la ristrutturazione del debito greco. Si arrivò così alla lettera a Berlusconi e Zapatero, un atto formale premesso all’acquisto di titoli pubblici, che fu negoziato da Madrid e invece accettato senza obiezioni da Roma, salvo poi fare in Parlamento il contrario di quanto concordato. Lo spread esplose. La sfiducia era tale che in ottobre a Roma i funzionari della Commissione e della Bce già controllavano l’attività di governo, mentre il terzo componente della Troika, il Fondo monetario, tentò di assumere un ruolo di credito e di supervisione. L’Italia era infatti sull’orlo del fallimento e Berlusconi si dimise. Subentrarono Mario Monti al governo e Mario Draghi alla Bce.
A dieci anni di distanza, tutto è cambiato nell’approccio europeo. Le regole di finanza pubblica sono diventate fin troppo lasche e ora sono state sospese. Con la pandemia non è stato possibile dare la colpa a un Paese o all’altro e sono arrivati solidarietà, aiuti copiosi e strumenti di debito comune. Politica fiscale e monetaria stanno lavorando di pari passo. Molti tabù sono caduti. Ma questo non significa che la sfiducia sia scomparsa.
Rispetto al cronoprogramma che Roma ha dovuto presentare nel 2021 a Bruxelles per i fondi NG-EU, la lettera del 2011 è buona per fare aeroplanini di carta. I partner ci danno aiuti a buon mercato, ma vogliono che siano usati bene. Il piano di riforma del passato governo era generico e inadatto quanto quelli di dieci anni fa. La novità è dunque un governo che, con Draghi e Daniele Franco, conosce a menadito la storia della lettera di dieci anni fa e ha stabilito un rapporto schietto con le autorità europee. Conoscendo quali impegni, gravosi e pressanti, sono stati assunti, e quali controlli saranno esercitati, possiamo stare sicuri che i partiti per un po’ non vorranno subentrare al governo Draghi.
Significa che i problemi saranno risolti? No, un elenco di riforme non basta. Molte sono già state compiute negli ultimi dieci anni e non hanno cambiato il fatto che l’Italia – prima e dopo le riforme – è rimasto l’unico Paese che non ha saputo crescere. Crediamo forse che la riforma della giustizia farà cessare le ostilità tra i magistrati? Che la riforma della scuola convincerà gli insegnanti che in condizioni come quelle attuali le scuole non dovevano chiudere a giugno e luglio? Che banche e imprese sapranno abbandonare le rendite di posizione e rischiare? Crediamo che al Sud bastino colate di cemento per svilupparsi? Chi investirà con un orizzonte che vada oltre il voto del 2023? Partiti e media non continueranno forse a far prevalere le parole sui fatti e le ombre sulle parole?
Se non si riconoscono gli errori del passato, non si costruisce un futuro. Alla prossima elezione, gli italiani verranno nuovamente convinti che gli altri Paesi ci vogliono impoverire e depredare - “funziona sempre”, confessava Hermann Göring nella prigione di Norimberga – e saranno di nuovo pronti a trovare capri espiatori. Le scuole resteranno chiuse, le università rimarranno baronie, le consorterie si terranno per mano. La sfiducia nutrirà sé stessa e il ricordo degli atleti coraggiosi e delle nascoste potenzialità italiane di oggi soffocherà nel solito astuto lamento: è sempre colpa degli altri.