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Chi comanda nel Mediterraneo

(ansa)

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L'Italia e i migranti
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Come usa dire: tutto si tiene. La questione di una maggiore stabilità politico-istituzionale della Libia, l'oltraggio rappresentato dalla violazione sistematica dei diritti umani fondamentali in quella regione e il tema dell'interesse dell'Italia e dell'Europa a una migrazione regolare e governabile costituiscono, in realtà, un unico e complesso problema. Intanto, un dato statistico che fa giustizia di tanti luoghi comuni e delle rodomontate à la Giorgia (Meloni): secondo l'Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), dal 2018 a oggi, appena il 15% delle persone sbarcate sulle coste italiane lo ha fatto grazie alle imbarcazioni delle Ong.


Il che significa che quasi 9 migranti su 10 raggiungono il nostro Paese ricorrendo a mezzi di fortuna: in genere, piccoli o piccolissimi natanti (i cosiddetti "barchini") in grado di sottrarsi agevolmente al controllo dei sistemi radar e, tanto più, a un ipotetico "blocco navale".
Questo per dire come tutte le velleità di repressione dei movimenti migratori, prima ancora di costituire una povera distopia, risultano risibili espedienti di una improbabile "battaglia navale". In altre parole, le migrazioni verso l'Europa vanno considerate come un fattore strutturale, destinato a riprodursi e, forse, a intensificarsi. Tanto vale attrezzarsi il meglio possibile per accoglierlo e amministrarlo con intelligenza e razionalità. L'Italia è oggi in grado di provarci seriamente. Sia chiaro, preliminare a tutto è una rinnovata missione Sar (Search And Rescue) a livello europeo: un programma di ricerca e salvataggio che riprenda l'esperienza di Mare Nostrum - sciagurato l'errore di rinunciarvi nell'ottobre del 2014 - attraverso la cooperazione con gli altri Paesi europei. Una missione oggi imprescindibile, dal momento che in quel tratto di mare non è più attivo alcun presidio di salvataggio, capace di intervenire tempestivamente per salvare vite umane. E poi?


"Tenendo presente la frantumazione geopolitica del Nordafrica - ha scritto il direttore di questo giornale domenica scorsa - si arriva a comprendere quanto l'immigrazione è un terreno dove la risposta italiana può nascere andando ben oltre le polemiche ideologiche". Tanto più perché l'attuale governo dispone di un'autorevolezza sul piano internazionale ben maggiore di quella riconosciuta al precedente esecutivo. E non siamo all'anno zero: solo un nichilismo da filosofia a dispense può far credere che uno valga uno e che tutto sia uguale a se stesso. L'attività della ministra Luciana Lamorgese non è stata significativa solo perché ha rappresentato (e già non è poco) un fattore di discontinuità rispetto al suo predecessore. Ma anche perché ha intrapreso un percorso che, tuttavia, è ancora interamente da sviluppare. Se la revisione del Regolamento di Dublino sembra essere sempre più ardua, l'approccio alternativo previsto dal Patto di Malta (settembre del 2019) fatica ad affermarsi. Il progetto di ripartizione dei profughi ha portato, sì, a qualche risultato, ma i numeri sono talmente esigui da apparire pressoché trascurabili. Il richiamo alla solidarietà e alla condivisione degli oneri - principi fondanti dell'Ue - ha indotto Francia, Germania, Spagna e Portogallo a rispondere alle richieste italiane: ma la disponibilità si è via via rattrappita al punto che, dalla fine del 2019 al marzo scorso, sono stati appena mille i richiedenti asilo sbarcati in Italia e redistribuiti in quei Paesi.

 

In ogni caso, non c'è dubbio che sia qui il passaggio cruciale di ogni possibile politica migratoria a livello continentale. L'Ue prevede, per alcune materie, il ricorso alla "cooperazione rafforzata": ovvero intese tra due o più Paesi su tematiche condivise, attraverso negoziati e scambi, progetti comuni e interessi e vantaggi che, reciprocamente, si intersechino e si combinino. È su questo piano che la nuova leadership italiana deve farsi valere. Lo potrà fare se mostrerà di non avere alcun complesso di inferiorità e di credere fino in fondo a ciò che dice: innanzitutto, che i flussi migratori sono una questione che riguarda, nelle fatiche e nelle opportunità, l'intera Europa e che, all'intera Europa, possono recare benefici nella misura in cui vengano virtuosamente governati. Si consideri anche solo il fatto che l'ufficio studi della Confindustria, ormai da un quindicennio, indica in una quota di oltre centomila unità il fabbisogno annuo di manodopera straniera del quale necessita il sistema produttivo italiano per conservare gli attuali livelli. È un buon argomento: il pragmatismo di governo non prescinde, necessariamente, dal riferimento a valori, ma sa disporre, quei valori, all'interno di un codice severo e disadorno. D'altra parte, la condivisione della politica migratoria e la cooperazione rafforzata tra alcuni Paesi sono obiettivi ancora lontani. Ma non si scorgono alternative di sorta. Dunque, è qui che bisogna lavorare, esercitare la massima pressione, creare alleanze e promuovere partenariati. È qui che va giocata, se c'è, la nuova (e ancora così gracile) identità nazionale. Il governo di Mario Draghi dispone oggi di risorse - morali, ma anche economiche - che vanno investite proficuamente su questa delicatissima materia, dove diritti universali della persona, geopolitica e coesione sociale rappresentano parti essenziali di un'unica strategia. Tutto si tiene, ancora una volta.