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Conte e Di Maio lo stabilizzatore

(ansa)

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Luigi Di Maio non sarà uno statista, ma è un politico astuto che si muove con accortezza nei meandri del palazzo. Non a caso la sua intervista a questo giornale rappresenta il primo atto politico del "semestre bianco", vale a dire il periodo che molti paragonano a un fiume infestato di coccodrilli da attraversare a nuoto. Di Maio viceversa ne dà una lettura tranquillizzante, tanto da proporsi agli occhi di Draghi, e in sostanza a quelli di Mattarella, come il garante della stabilità da oggi fino alla fine dell'anno: quando, è facile immaginarlo, si parlerà solo dell'imminente rinnovo al Quirinale.


Perché è così significativo che sia proprio Di Maio a ergersi come tutore di un assetto stabile del sistema nei prossimi mesi? Ovviamente perché sulla carta la minaccia al governo può venire quasi soltanto dai Cinque Stelle. S'intende, anche a destra si avvertono varie frustrazioni (Green Pas…

Luigi Di Maio non sarà uno statista, ma è un politico astuto che si muove con accortezza nei meandri del palazzo. Non a caso la sua intervista a questo giornale rappresenta il primo atto politico del "semestre bianco", vale a dire il periodo che molti paragonano a un fiume infestato di coccodrilli da attraversare a nuoto. Di Maio viceversa ne dà una lettura tranquillizzante, tanto da proporsi agli occhi di Draghi, e in sostanza a quelli di Mattarella, come il garante della stabilità da oggi fino alla fine dell'anno: quando, è facile immaginarlo, si parlerà solo dell'imminente rinnovo al Quirinale.


Perché è così significativo che sia proprio Di Maio a ergersi come tutore di un assetto stabile del sistema nei prossimi mesi? Ovviamente perché sulla carta la minaccia al governo può venire quasi soltanto dai Cinque Stelle. S'intende, anche a destra si avvertono varie frustrazioni (Green Pass, immigrazione, tra breve forse il tema del fisco), tanto che Berlusconi ottiene un titolo sui giornali facendo da paciere tra Salvini e Giorgia Meloni. L'idea è quella di preservare l'alleanza elettorale delle destre, visto che l'ambizione del partito unico è destinata a restare con ogni probabilità un miraggio estivo. In ogni caso è improbabile, per non dire inverosimile, che sia Salvini a smuovere le acque in autunno. Per il peso assunto dal pragmatico Giorgetti nel governo Draghi, si dirà, ma anche perché lo stesso Salvini non vorrà perdere l'occasione di giocare un ruolo nell'elezione del capo dello Stato, il passaggio che sta calamitando già ora le attenzioni dei vari schieramenti.


Restano quindi i 5S. Giuseppe Conte è a un passo dall'essere consacrato presidente attraverso il voto online, dopo che il complicato statuto del movimento è stato approvato da appena 53mila militanti sui 60mila che si sono collegati per votare. Non proprio una massa storica, ma è quello che ci si poteva attendere in agosto facendo ricorso a un rituale ormai consunto e abbastanza ipocrita, riecheggiante il tempo in cui i "grillini" volevano scardinare il mondo. Conte non è certo un incendiario. In passato ha persino dato l'impressione di volerlo diventare, ma era lo sforzo per trattenere il rancore dopo l'addio a Palazzo Chigi. Sulla questione Cartabia, l'ex premier ha fatto buon viso a cattivo gioco e ha digerito la riforma, nonostante qualche cattivo consiglio ricevuto. In altri termini, ha capito che la sua nuova vita come leader politico sarebbe finita prima di cominciare se non avesse tenuto a bada i suoi gruppi parlamentari, privi di bussola e sempre in procinto di perdere la rotta.


Conte ha dunque superato la prova di iniziazione. Ma non può essere lui il garante della fedeltà governativa dei Cinque Stelle, per la semplice ragione che egli si muove sul crinale tra il governo e un residuo di ribellismo. C'è molta retorica in questa ambiguità, che si svela quando il neo leader è chiamato a indicare una visione, una prospettiva fondata sul programma. È qui che Di Maio vede il suo spazio e non manca di affermarlo anche attraverso qualche puntura di spillo al circolo dell'ex premier, dove continua la pratica di screditare gli avversari esterni e interni (appunto il ministro degli Esteri, in questo caso) e di farli attaccare dal giornale di riferimento del "contismo". Ma Di Maio può essere filo-Draghi a pieno titolo, senza le remore di altri. In fondo nel M5S non tutti i conti sono stati saldati.