Valentino, il vampiro felice
di Gabriele Romagnoli , di Gabriele RomagnoliValentino Rossi è uscito dal gruppo. Lascia la propria ombra per un lungo addio poi, a fine stagione, staccherà anche quella dall'asfalto. La luce si era già spenta. Con tre clic. A Sepang, quando gli muore addosso Marco Simoncelli. Clic. Ancora a Sepang, quattro anni dopo, quando perde l'occasione del decimo titolo nella rissa con Marc Marquez. Clic. Ad Assen, quando vince per l'ultima volta, il 25 giugno 2017, una vita fa. Clic. Dopo, è sempre stato sconfitto dal suo più grande avversario, che non era Biaggi, non era Marquez, figurarsi Mir o Quartararo. È stato il tempo.
Soltanto le vite straordinarie possono diventare il paradigma per le esistenze di tutti. Per questo la mitologia ci racconta gli dei e noi avremo per sempre la storia di Valentino. È un errore di prospettiva considerarla unica, anziché esemplare. Contiene sensazioni e sentimenti che chiunque, a qualunque velocità e a qualsiasi prezzo, ha co…
Valentino Rossi è uscito dal gruppo. Lascia la propria ombra per un lungo addio poi, a fine stagione, staccherà anche quella dall'asfalto. La luce si era già spenta. Con tre clic. A Sepang, quando gli muore addosso Marco Simoncelli. Clic. Ancora a Sepang, quattro anni dopo, quando perde l'occasione del decimo titolo nella rissa con Marc Marquez. Clic. Ad Assen, quando vince per l'ultima volta, il 25 giugno 2017, una vita fa. Clic. Dopo, è sempre stato sconfitto dal suo più grande avversario, che non era Biaggi, non era Marquez, figurarsi Mir o Quartararo. È stato il tempo.
Soltanto le vite straordinarie possono diventare il paradigma per le esistenze di tutti. Per questo la mitologia ci racconta gli dei e noi avremo per sempre la storia di Valentino. È un errore di prospettiva considerarla unica, anziché esemplare. Contiene sensazioni e sentimenti che chiunque, a qualunque velocità e a qualsiasi prezzo, ha conosciuto o dovrà incontrare: successo e coraggio, paura e impotenza, lutto, rinascita, la scelta fra accontentarsi di quel che si ha o continuare a sognare. E quel matto, disperato bisogno così contemporaneo di non smettere di fare l'unica cosa che si crede di saper fare. Per questo il circuito è rassicurante: si ripete all'infinito, esclude tutto quel che c'è fuori. Valentino diceva di sapere sempre cosa avrebbe visto all'uscita da ogni curva perché le aveva svoltate tutte, ennesime volte. Poi, come è capitato a ognuno di noi, si è trovato davanti il vuoto, la tribuna deserta laddove si aspettava la folla in festa. Stupito, ha rallentato. Il tempo l'ha sorpassato, non lo freghi, il suo unico aspetto prevedibile è che ricorrerà all'imprevedibile. Se fosse un circuito, anziché una strada senza fine, non si invecchierebbe mai, si morirebbe in modo improvviso e tragico, su un qualunque rettilineo, per sempre giovani.
Valentino Rossi non è stato Peter Pan. Il personaggio di fantasia che più gli somiglia l'ha inventato Anne Rice in Intervista col vampiro: è Claudia, la bambina orfana che i due vampiri rendono, mordendola, una di loro. Quando infine capirà di essere immortale, ma condannata ad avere per sempre sei anni, si scatenerà in un accesso di furia. Valentino Rossi è stato invece un vampiro felice. La fine del sortilegio ha coinciso con il suo declino. Non si può essere vecchi e letali, o si diventa mostri contro cui l'umanità si ribella, espellendoli dalla storia.
Ci sono due modi di guardare Valentino che se ne va. Il primo è fotografarlo di spalle, incurvato con il casco in mano, nella polvere del bordo pista. Il secondo è osservarlo nell'imbuto rovesciato della memoria, che restituisce la grandezza e lo splendore e ci ricorda che in questo secolo è stato lo sportivo italiano più universale, conosciuto e ammirato in ogni angolo del mondo, dai campi profughi agli attici dei grattacieli: la maglia numero 10 di Messi e il casco 46 di Valentino, originali o di cartapesta. Alla fine ha probabilmente sbagliato qualche scelta, anche questa incombente cerimonia dei dieci addii, ma era sempre questione di tempo: non poteva vincere.