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La gara persa della Rai

Filippo Tortu, Marcell Jacobs, Fausto Desalu e Lorenzo Patta, a Casa Italia dopo la conferenza stampa per la vittoria nella 4x100 (ansa)

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Le Olimpiadi senza streaming 
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Sono state Olimpiadi fantastiche. Indimenticabili. Non mi dimenticherò mai la vittoria di Marcell Jacobs sui 100 vista su Twitter qualche istante dopo la gara perché non c’era modo di vederla in streaming. Vista la mala parata, per la staffetta 4x100 alcuni si sono ingegnati facendo una video chiamata a qualche amico o parente e chiedendo loro di inquadrare il televisore dove li aspettava la cara, vecchia, Rai. Vecchissima, per la verità. Preistorica. A Tokyo ci sono stati momenti di gloria vissuti in differita, come se fossimo in un’altra era. Come se ormai non fossimo abituati a guardare tutto in diretta tramite smartphone. In streaming. 

Eppure la Rai ha una piattaforma per lo streaming che funziona alla grande. Si chiama RaiPlay, è stata voluta dalla consiliatura guidata da Antonio Campo Dall’Orto, ma è con la gestione di Fabrizio Salini che è decollata. È stata lasciata con un budget irrisorio ma è de…

Sono state Olimpiadi fantastiche. Indimenticabili. Non mi dimenticherò mai la vittoria di Marcell Jacobs sui 100 vista su Twitter qualche istante dopo la gara perché non c’era modo di vederla in streaming. Vista la mala parata, per la staffetta 4x100 alcuni si sono ingegnati facendo una video chiamata a qualche amico o parente e chiedendo loro di inquadrare il televisore dove li aspettava la cara, vecchia, Rai. Vecchissima, per la verità. Preistorica. A Tokyo ci sono stati momenti di gloria vissuti in differita, come se fossimo in un’altra era. Come se ormai non fossimo abituati a guardare tutto in diretta tramite smartphone. In streaming. 

Eppure la Rai ha una piattaforma per lo streaming che funziona alla grande. Si chiama RaiPlay, è stata voluta dalla consiliatura guidata da Antonio Campo Dall’Orto, ma è con la gestione di Fabrizio Salini che è decollata. È stata lasciata con un budget irrisorio ma è decollata. Eppure, se durante le Olimpiadi cercavi, come moltissimi hanno fatto, di vedere le gare sul tuo smartphone in spiaggia, in viaggio, in ufficio, all’estero, insomma, come fanno in tanti ormai, ti accoglieva una schermata con scritto: “Siamo spiacenti. Rai non detiene i diritti per lo streaming di questo contenuto. Se sei in Italia puoi guardare le Olimpiadi di Tokyo in Tv su Rai2”. Una schermata dell’altro mondo.

Le imprese degli azzurri meritavano un’altra Rai. E così per molti sono state le Olimpiadi di Twitter o di YouTube dove pochi istanti dopo le gare trovavi le clip che cercavi. Una occasione persa? Enorme. Non per distrazione, ma una decisione consapevole: prendere i diritti tv, senza streaming, per risparmiare venti milioni di euro. Ha senso? In un mondo dove l’intrattenimento si è tutto spostato sullo streaming? Dove i competitor delle tv tradizionali non sono altre tv, ma Netflix, Amazon Video, Apple TV e così andando? 

Non stiamo parlando di futuro ma di presente. Sta per iniziare il primo campionato di calcio in cui i diritti di trasmissione sono andati ad una piattaforma di streaming, Dazn, in partnership con Tim. Per vedere le partite non servirà la parabola o il digitale terrestre, ma la banda larga (meglio, ultralarga), per lo streaming appunto. In questo contesto la Rai si muove con una lentezza inaccettabile e bene ha fatto il nuovo amministratore delegato ad annunciare “una svolta digitale”. L’ennesima. La svolta necessaria non riguarda solo lo streaming dei grandi eventi, come le Olimpiadi, ma per esempio i diritti delle mega produzioni Rai che, dopo la trasmissione in tv, vengono “regalati” alle piattaforme di streaming perché considerati “ancillari”. Ecco, la svolta deve partire da una nuova consapevolezza: questo mondo non è più “ancillare”, ma è la base su cui costruire un nuovo servizio pubblico davvero per tutti.

Epperò una cosa va detta: puntare l’indice contro quelli che c’erano prima, indignarsi, gridare allo scandalo adesso è troppo facile, e anche inutile. Serve solo a guadagnare qualche effimero consenso politico. Ma non è onesto. Io non mi ricordo levate di scudi quando il consiglio di amministrazione, nel maggio 2019, operava quella scelta rivelatasi così miope. Non ricordo interrogazioni parlamentari o editoriali. Forse anche chi si occupa delle cose Rai considerava quel tema “ancillare” rispetto al piccolo cabotaggio delle nomine lottizzate che invece impegna tutti a tempo pieno. Insomma, non perdiamo tempo col passato. C’è una Rai da rilanciare per renderla capace di interpretare e raccontare un Paese che sta finalmente diventando digitale. È un’impresa che vale una medaglia d’oro.