Bettini, la giustizia e il segnale al Pd
di Stefano Folli , di Stefano FolliNon è certo un fulmine a ciel sereno la firma di Goffredo Bettini ad alcuni dei quesiti referendari sulla giustizia promossi dai radicali (limiti alla custodia cautelare, abolizione della legge Severino, separazione delle carriere): l'iniziativa era da tempo annunciata e aveva fatto notizia. Si capisce perché: la figura in penombra di Bettini, poco nota a chi non segue le cronache politiche, è tutt'altro che secondaria nella recente storia della sinistra, in particolare del Pd.
Si tratta di una "eminenza grigia", come si dice in questi casi: un consigliere che ama starsene nel retropalco, ma essenziale nel definire strategie e tattiche. Forse più le prime delle seconde. Ex comunista con un'ascendenza repubblicana, quindi laica, oggi rivendicata insieme al ricordo di Marco Pannella, Bettini passa - non a torto - per il principale teorizzatore della stretta intesa tra Pd e M5S, tanto che gli si attribuisce l'idea di Conte co…
Non è certo un fulmine a ciel sereno la firma di Goffredo Bettini ad alcuni dei quesiti referendari sulla giustizia promossi dai radicali (limiti alla custodia cautelare, abolizione della legge Severino, separazione delle carriere): l'iniziativa era da tempo annunciata e aveva fatto notizia. Si capisce perché: la figura in penombra di Bettini, poco nota a chi non segue le cronache politiche, è tutt'altro che secondaria nella recente storia della sinistra, in particolare del Pd.
Si tratta di una "eminenza grigia", come si dice in questi casi: un consigliere che ama starsene nel retropalco, ma essenziale nel definire strategie e tattiche. Forse più le prime delle seconde. Ex comunista con un'ascendenza repubblicana, quindi laica, oggi rivendicata insieme al ricordo di Marco Pannella, Bettini passa - non a torto - per il principale teorizzatore della stretta intesa tra Pd e M5S, tanto che gli si attribuisce l'idea di Conte come "punto di riferimento di tutti i progressisti".
Oggi, al di là del successo molto relativo di tale alleanza, colpisce la divergenza sulla giustizia, il tema più politico che in questo momento condiziona il centrosinistra. Quando Bettini fece sapere che avrebbe firmato i quesiti, compreso il più dirompente, quello che vuole imporre la separazione delle carriere dei magistrati, la riforma Cartabia non era stata ancora approvata. Oggi invece ha avuto il "sì" della Camera e sappiamo quali polemiche abbia scatenato proprio nel circuito Pd-5S-LeU. Il neo-leader Conte ha promesso che la riforma - peraltro votata anche dai 5S - sarà smantellata non appena il suo partito avrà la forza elettorale per farlo.
È la linea tradizionale di piena copertura della magistratura che accomuna la sinistra nelle sue varie accezioni, compresi ampi settori del Pd e appunto i Cinque Stelle. Ma i quesiti radicali appoggiati, tra gli altri, da Salvini e Renzi vanno in direzione opposta. Come ha scritto sul Fatto Franco Monaco, "difficile negare il segno ostile alla magistratura (...): troppi vivono questa stagione come l'occasione propizia per darle una lezione, profittando della crisi e delle divisioni che l'hanno investita".
Tuttavia non è credibile che Bettini e altri come lui, provenienti da sinistra, intendano fare la guerra alla magistratura. E allora? Non si può nemmeno ridurre il gesto a "una questione di coscienza": almeno nel caso del super-consigliere, la valutazione politica non è del tutto decifrabile, ma di sicuro non è banale. Le interviste non aiutano granché a sbrogliare la matassa. Esiste o no un dissenso rispetto a Enrico Letta, che quella scelta ovviamente osteggia? Peraltro agitare il tema della separazione delle carriere equivale a inserire un cuneo tra Pd e Conte. Una contraddizione, in apparenza. O forse la presa d'atto che l'alleanza ha bisogno di una scossa per non essere solo un'operazione di palazzo.
Riformare la giustizia anche al di là della legge Cartabia, sembra dire Bettini, deve diventare il vessillo di un Pd più coraggioso. Senza timore dei Renzi e dei Salvini. E l'intesa con Conte non può risolversi nella subalternità all'avvocato del popolo. Nell'idea originaria, costui era, sì, il riferimento dei "progressisti", ma i fili dovevano essere saldamente nelle mani del Pd. Oggi invece Conte è sul palcoscenico e qualcuno gli permette di recitare il suo one man show. Qui la critica a Letta è implicita, ma è difficile non coglierla.