No allo Ius soli per un’élite
di Giovanni Moro , di Giovanni MoroQuando Mario Balotelli giocò per la prima volta nella nazionale di calcio, un famoso regista, invitato in tv per commentare la partita, espresse la sua riprovazione dicendo: "In nazionale devono giocare gli italiani". Quello che egli intendeva dire, ovviamente, era che gli italiani sono bianchi e che nessuno di diverso colore può esserlo. Mario Balotelli, invece, pur essendo nero, lo è esattamente nella stessa misura del regista a cui faceva storcere il naso. Del resto, se non fosse stato così non avrebbe potuto giocare.
Questa differenza tra gli italiani della realtà e gli "italiani" di rappresentazioni sociali obsolete se non distorte, è ancora al centro della vita pubblica, o meglio di quella politica. Anche per questo si può essere lieti dei successi italiani alle Olimpiadi. Essi hanno reso visibile la natura per così dire multicolore del nostro Paese, offrendone una rappresentazione alternativa. Nessun f…
Quando Mario Balotelli giocò per la prima volta nella nazionale di calcio, un famoso regista, invitato in tv per commentare la partita, espresse la sua riprovazione dicendo: "In nazionale devono giocare gli italiani". Quello che egli intendeva dire, ovviamente, era che gli italiani sono bianchi e che nessuno di diverso colore può esserlo. Mario Balotelli, invece, pur essendo nero, lo è esattamente nella stessa misura del regista a cui faceva storcere il naso. Del resto, se non fosse stato così non avrebbe potuto giocare.
Questa differenza tra gli italiani della realtà e gli "italiani" di rappresentazioni sociali obsolete se non distorte, è ancora al centro della vita pubblica, o meglio di quella politica. Anche per questo si può essere lieti dei successi italiani alle Olimpiadi. Essi hanno reso visibile la natura per così dire multicolore del nostro Paese, offrendone una rappresentazione alternativa. Nessun fact-checking avrebbe potuto raggiungere lo stesso risultato.
In questa prospettiva, va apprezzato l'appello lanciato dal presidente del Coni per il riconoscimento di uno "Ius soli sportivo". Ma qualche distinguo è necessario, per evitare che la toppa risulti peggiore del buco.
Siamo infatti di fronte a un problema che investe un milione e 300mila giovani di seconda generazione (la stima è dell'Istat). Essi parlano l'italiano di solito come unica lingua, si sentono italiani specialmente se nati qui o giuntivi prima dei sei anni, hanno stili di vita e sistemi di relazioni in tutto simili a quelli dei coetanei "italiani". E, dal momento che la cittadinanza è una istituzione con molte porte, sono già parte integrante della comunità dei cittadini. Manca però loro il riconoscimento dello status legale che, al di là delle prerogative che comporta, incide anche su altri aspetti fondamentali della cittadinanza, come il senso di identità o il riconoscimento sociale.
Il presidente del Coni ha inoltre ragione nel denunciare i meccanismi burocratici, pensati apposta per "razionare" l'accesso alla cittadinanza: moltiplicazione dei tempi, dei documenti, dei costi e delle autorità coinvolte; arbitrarietà di decisioni non trasparenti e inappellabili; procedure assurde come l'obbligo di usare Spid per inoltrare la domanda. Ma, ancora una volta, non stiamo parlando soltanto dei nostri valorosi atleti. Senza dimenticare, beninteso, casi recenti come quello che ha coinvolto il calciatore Suarez e la Juventus.
Non va poi ignorato che, per effetto di leggi seguenti a quella fondamentale del 1992, esiste il paradosso per cui ai discendenti di italiani emigrati sono sufficienti tre anni di residenza per ottenere la cittadinanza, mentre agli altri ce ne vogliono dieci, senza nemmeno un giorno di assenza. L'accesso alla cittadinanza, insomma, non è uguale per tutti.
La questione ha il suo nocciolo nel fatto che la massiccia presenza di giovani che sono italiani ma non "italiani" mette in discussione alcuni pilastri della cittadinanza, come quello che la riserva a una comunità etnica, o presunta tale. La proposta di legge che nella scorsa legislatura fu bloccata per ragioni elettorali alla soglia della sua approvazione, mirava a prendere atto di una realtà cambiata in modo strutturale e definitivo; ed aveva peraltro il consenso, registrato da diverse ricerche, di una netta maggioranza degli "italiani". Se l'appello del presidente del Coni servirà a riattivare quel processo non se ne potrà che dire bene. Se invece servirà a creare un'autostrada per alcuni abbandonando tutti gli altri a scalare una montagna, il vantaggio per il Paese sarà modesto, al di là delle medaglie olimpiche.