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Olimpiadi, la politica impari dallo sport

Tokyo, la gioia di Gianmarco Tamberi e Marcell Jacobs subito dopo aver vinto l'oro (ansa)
Grazie agli atleti che hanno vinto a Tokyo emerge per contrasto la difficoltà dell'Italia a creare e selezionare le élite politiche
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I risultati delle Olimpiadi di Tokyo hanno suscitato in Italia generale ammirazione, unita al compiacimento nazionale per la brillante prestazione tanto degli atleti quanto delle strutture e delle associazioni sportive, pubbliche e private, che le hanno rese possibili. Un Paese come il nostro, non certo prodigo di autostima, sembra essersi sorpreso dei recenti successi sportivi, che emergono in un momento difficile per la vita collettiva.


I presupposti di quei successi sono molteplici. Innanzi tutto la serietà e lo spirito di sacrificio degli atleti, la loro determinazione esistenziale ed etica, prima ancora che sportiva, la capacità di soffrire e la voglia di vincere. La concentrazione e la professionalità, insomma. Accanto a ciò, come è stato osservato su questo giornale dal suo direttore, la forza inclusiva dello sport, la sua capacità di accogliere senza discriminazioni, e di motivare con la medesima energia, i nuovi talenti, i nuovi ita…

I risultati delle Olimpiadi di Tokyo hanno suscitato in Italia generale ammirazione, unita al compiacimento nazionale per la brillante prestazione tanto degli atleti quanto delle strutture e delle associazioni sportive, pubbliche e private, che le hanno rese possibili. Un Paese come il nostro, non certo prodigo di autostima, sembra essersi sorpreso dei recenti successi sportivi, che emergono in un momento difficile per la vita collettiva.


I presupposti di quei successi sono molteplici. Innanzi tutto la serietà e lo spirito di sacrificio degli atleti, la loro determinazione esistenziale ed etica, prima ancora che sportiva, la capacità di soffrire e la voglia di vincere. La concentrazione e la professionalità, insomma. Accanto a ciò, come è stato osservato su questo giornale dal suo direttore, la forza inclusiva dello sport, la sua capacità di accogliere senza discriminazioni, e di motivare con la medesima energia, i nuovi talenti, i nuovi italiani. L'efficienza delle organizzazioni sportive è poi materia di soddisfazione. Nel complesso, vi sono molti motivi per rimarcare la distanza fra i successi nello sport e le difficoltà in altri ambiti, a partire da quello politico. E questa, dopo tutto, è una novità.


Tradizionalmente, infatti, la politica è stata legata allo sport in molti modi. L'atleta è stato elevato a modello del cittadino, per il suo corpo e per il suo animo; i successi sportivi sono stati presentati come momento di orgoglio identitario e come fonte di legittimazione per molti regimi (autoritari, ma non solo); il tifo sportivo è stato utilizzato come valvola di sfogo per pulsioni e conflitti altrimenti capaci di mettere a rischio gli ordini politici. La politica, insomma, si è sempre servita dello sport, ne ha fatto un ingrediente del proprio discorso pubblico, una parte del proprio progetto, un elemento della propria costruzione.


Ebbene, oggi è semmai lo sport ad avere qualcosa da dire - indirettamente - alla politica. È lo sport che ne mostra e ne sottolinea una carenza grave, e che può proporsi come modello anziché essere strumentalizzato. Grazie allo sport, infatti, emerge per contrasto la difficoltà del Paese a creare e selezionare le élite politiche.


Che la politica esiga queste élite è evidente: l'agire politico non può essere lasciato agli improvvisatori - le cronache ci esimono dal portare esempi. La politica richiede competenze e conoscenze specifiche e molteplici, e al tempo stesso forti motivazioni personali. In quanto professione - lo ha insegnato Max Weber più di cento anni fa - la politica non può fare a meno di due modi dell'etica: quella realistica della responsabilità e quella della convinzione, ricca di pathos e di fermezza. Il compito di selezionare i ceti politici era svolto dai partiti, che vagliavano i politici mettendoli alla prova nei conflitti interni ed esterni, avviandoli gradualmente a un sorvegliato cursus honorum.


Ma questa è storia passata. Di élite politiche efficienti - capaci di decifrare problemi con competenza e di proporne soluzioni con realismo e immaginazione - si sente oggi la mancanza. Il partito in quanto tale non gode né di buona salute né di buona fama; e il duro impegno, la concentrazione esistenziale, l'appassionato esercizio di un sapere specifico, non paiono essere le virtù civiche più acclamate (non si dice le più praticate). Il professionismo politico, con le sue etiche, ha da tempo ceduto il posto al dilettantismo, all'elogio dell'inesperienza. Semmai, il testimone è passato ad altre élite, severamente addestrate in altre istituzioni, nelle tecno-strutture pubbliche e private, nazionali e sovranazionali; sono élite che sorprendono per competenza e capacità, ma che non sono politiche, quanto, appunto, tecniche.


Nessuno può pensare che i contenuti e le modalità di un percorso di preparazione di atleti di livello olimpico siano gli stessi che servono a formare le élite politiche. Ma certo l'esigenza è analoga. Non vederlo significa pensare alla politica come alla dimensione del dilettantismo, e allo sport come alla sede del professionismo - con una significativa inversione dei ruoli tradizionali. Il motivo per cui ci si sorprende favorevolmente del buon esito della selezione degli sportivi è che si assiste a uno spettacolo inconsueto: il trionfo di chi se lo merita perché ha duramente faticato. Forse in questa sorpresa è implicito un sommesso auspicio: che anche per la politica, e non solo per le specialità sportive, possa accadere lo stesso.