Kabul, le domande aperte per l’Occidente
di Piero Fassino , di Piero FassinoCaro direttore,
mentre la comunità internazionale assiste con sconfitta rassegnazione all'ingresso delle milizie talebane a Kabul, è necessario interrogarsi sulle molte conseguenze del nuovo scenario afghano.
Ci si chiede con angoscia che accadrà adesso nella vita di quel Paese. Verrà risospinto nel buio dell'integralismo più retrivo? Alle donne sarà vietato di lavorare, di uscire di casa da sole e imposto il burqa? Alle ragazze verrà inibito di andare a scuola? Sarà applicata la Sharia nelle sue forme più crudeli, come la lapidazione delle presunte adultere o il taglio delle mani ai ladri? E chi si è battuto per diritti e democrazia sarà perseguitato a rischio della vita?
In queste ore vari leader talebani - in un tentativo di accreditamento - fanno appello alla moderazione, promettendo anche un'amnistia per chi ha collaborato con il governo Ghani e con i contingenti internazi…
Caro direttore,
mentre la comunità internazionale assiste con sconfitta rassegnazione all'ingresso delle milizie talebane a Kabul, è necessario interrogarsi sulle molte conseguenze del nuovo scenario afghano.
Ci si chiede con angoscia che accadrà adesso nella vita di quel Paese. Verrà risospinto nel buio dell'integralismo più retrivo? Alle donne sarà vietato di lavorare, di uscire di casa da sole e imposto il burqa? Alle ragazze verrà inibito di andare a scuola? Sarà applicata la Sharia nelle sue forme più crudeli, come la lapidazione delle presunte adultere o il taglio delle mani ai ladri? E chi si è battuto per diritti e democrazia sarà perseguitato a rischio della vita?
In queste ore vari leader talebani - in un tentativo di accreditamento - fanno appello alla moderazione, promettendo anche un'amnistia per chi ha collaborato con il governo Ghani e con i contingenti internazionali. Ma è lecito chiedersi quanto vi sia di tattico, in uno scenario che ci ha abituato in questi anni a efferate brutalità.
Peraltro quando si dice "talibani" bisogna saper che dietro questa dizione vi è una pluralità di gruppi armati e di clan etnici che non rispondono a una leadership centralizzata. E in tutti gli afghani è ben presente il ricordo di quel che accadde nel 1989 quando l'Unione Sovietica, di fronte a un sanguinoso quanto soccombente conflitto, decise di ritirare i soldati dell'Armata Rossa dall'Afghanistan.
Nel giro di poco tempo mujaheddin e talebani arrivarono a Kabul, si impadronirono del potere, impiccarono tutti gli esponenti politici che avevano governato con il sostegno dei sovietici, imposero la Sharia più opprimente, instaurarono un regime integralista islamico e diedero copertura ai santuari terroristici di Bin Laden. Si ripeterà quello scenario o prevarrà una strategia moderata di accreditamento? E in molte cancellerie ci si pone l'interrogativo: isolare o negoziare?
Altri interrogativi riguardano in queste ore il ruolo che potrà giocare l'Afghanistan talebano negli equilibri regionali. Il Paese è incastonato in una regione problematica, tra il Pakistan - che da sempre intrattiene relazioni privilegiate con i pashtun, l'etnia afghana principale - l'Iran, le instabili repubbliche euroasiatiche e la Cina. Diventerà Kabul nuovamente la capitale del fanatismo islamico? Tornerà l'Afghanistan a essere un santuario per le Jihad e la loro attività terroristica? O si immetterà in un sistema di alleanze regionali, inserendosi nello scontro tra sunniti e sciiti e entrando nel grande gioco degli equilibri del vicino Oriente?
E come si muoverà la Cina, il cui ministro degli Esteri ha ricevuto qualche settimana fa a Pechino uno dei leader talebani? E la Russia - da sempre sensibile alle influenze islamiche nelle sue regioni asiatiche - con che atteggiamento guarderà alla nuova leadership di Kabul? E tutto questo come intersecherà le relazioni complesse tra Stati Uniti e Europa con Cina e Russia?
Ma l'esito della vicenda afghana obbliga a interrogarsi su un nodo ancor più di fondo: in che modo ci si debba battere per affermare diritti e promuovere democrazia. Le vie fin qui intraprese non hanno fornito una risposta.
Le presenze militari sono sottoposte a una doppia tensione: le opinioni pubbliche dei Paesi che inviano soldati non sopportano a lungo che i loro figli cadano per cause lontane e per converso le presenze straniere sono vissute dai Paesi soggetti a interventi come lesive della loro sovranità e identità. E per questo rifiutate.
Peraltro le sanzioni sono strumento largamente inefficace, stante che tre quarti delle nazioni del pianeta non ritengono di applicarle. Non solo, ma le sanzioni radicalizzano i conflitti e nel medio periodo spesso penalizzano più chi le applica che chi le subisce.
E anche ricorrere alla moral suasion vale solo in quanto la sua capacità persuasiva sia accolta. E queste difficoltà sono rese più acute dal fatto che sia i valori liberali su cui si fonda la democrazia, sia i diritti umani e civili su cui si fonda una società laica e libera, in non poche nazioni del pianeta non sono riconosciuti come valori universali e fondanti. E ciò nonostante la generale e formale condivisione della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo.
Come si vede la vicenda afghana non può davvero essere racchiusa in una dimensione locale, ma pone questioni che interrogano l'intera comunità internazionale e in primo luogo l'Occidente, la cui credibilità è oggi fortemente incrinata dalla pesante sconfitta subita in Afghanistan. Domande a cui dovrà iniziare a dare risposte l'incontro internazionale sulla democrazia promosso il prossimo 9 dicembre dal presidente Biden.
Piero Fassino, presidente della Commissione Esteri della Camera dei Deputati