Calcio, il ritorno negli stadi: siamo i dodicesimi in campo
di Maurizio Crosetti , di Maurizio CrosettiSiamo tornati allo stadio insieme, distanziati, lentamente, al 50 per cento ma insieme. Mancano il panino peperoni e acciughe di mamma, il cuscino imbottito con i colori sociali di papà, ma quasi tutto il resto c'è. Sembra incredibile. Si può di nuovo andare alla partita, un seggiolino sì e uno no, dopo diciassette mesi di Covid e silenzio assordante, quel vuoto che le magnifiche e stranissime Olimpiadi hanno mostrato e sublimato in forma planetaria, non superato. Perché il vuoto e il silenzio non si superano. La finale dei cento metri a spalti deserti: a suo modo terribile, anche se l'abbiamo vinta noi.
Ma adesso è un'altra avventura. Il calcio, che un antico film degli anni Cinquanta chiamò la domenica della buona gente (allora si giocava solo la domenica) è un rito sociale, un'appartenenza coniugabile soltanto in prima persona plurale: noi contro di voi che siete altri noi, solo con una bandiera diversa. Abbi…
Siamo tornati allo stadio insieme, distanziati, lentamente, al 50 per cento ma insieme. Mancano il panino peperoni e acciughe di mamma, il cuscino imbottito con i colori sociali di papà, ma quasi tutto il resto c'è. Sembra incredibile. Si può di nuovo andare alla partita, un seggiolino sì e uno no, dopo diciassette mesi di Covid e silenzio assordante, quel vuoto che le magnifiche e stranissime Olimpiadi hanno mostrato e sublimato in forma planetaria, non superato. Perché il vuoto e il silenzio non si superano. La finale dei cento metri a spalti deserti: a suo modo terribile, anche se l'abbiamo vinta noi.
Ma adesso è un'altra avventura. Il calcio, che un antico film degli anni Cinquanta chiamò la domenica della buona gente (allora si giocava solo la domenica) è un rito sociale, un'appartenenza coniugabile soltanto in prima persona plurale: noi contro di voi che siete altri noi, solo con una bandiera diversa. Abbiamo fatto finta che senza pubblico fosse lo stesso: non era vero, era un compromesso, un adattamento di sopravvivenza. Senza pubblico resta la nudità del gesto tecnico, non è autentico football ma una sua porzione.
Ora, invece, ci riprendiamo alcune idee che sono realtà. Il boato del tifo, il famoso e qualche volta retorico "dodicesimo giocatore". Il fattore campo invece di quel mutismo d'acquario. Le persone che fanno muro e onda, i loro corpi vivi: se una cosa abbiamo imparato, in questi mesi di pandemia, è che il pubblico non è la cornice del quadro ma il quadro stesso. Fa parte della gara, a volte la determina con il suo peso emotivo e sonoro. La gente non è coreografia, è trama del racconto. Non è circolazione periferica del sangue: è il cuore.
Il calcio che si riprende la sua gente ritrova, com'è ovvio, alcuni argomenti economici perduti, il pubblico pagante, il biglietto, l'abbonamento che è sempre una scommessa d'amore: si compra un'intera stagione della propria squadra prima che tutto accada, si spera di acquistare gioia, si sa che nel pacchetto è compresa la delusione. Anzi, per la maggior parte delle tifoserie la delusione rappresenta l'intero pacchetto ma non importa, non si va allo stadio per essere felici ma per provare emozioni, per condividere illusioni, per essere stupefatti dall'imprevedibile bellezza di un pallone che rimbalza. E se gli argomenti economici sono centrali, perché senza il pubblico l'intero sistema è andato in sofferenza in tutto il mondo, c'è altro che conta di più.
In questo momento a suo modo solenne, ora che celebriamo il ritorno di tutti noi in quella tazza di cemento, plastica, cristallo, voci e fili d'erba che chiamiamo stadio, è la riappropriazione emotiva e collettiva ad interessarci davvero. Dentro uno stadio pieno, o comunque non più vuoto, non si è mai soli. Ci sarà sempre un fratello o un rivale, uno diverso da noi eppure identico nel suo gridare e dimenarsi, patire e gioire.
Il pubblico che torna allo stadio è dunque un insieme di tante cose, un nodo stretto e un modo di essere. Fa parte delle nostre vite da generazioni, è una formidabile passione che si tramanda da nonni a nipoti e non solo per linea maschile, anzi.
Esserne rimasti senza è come avere vissuto dentro una casa vuota, è stato come parlare da soli o, peggio, al muro. L'eco che le gradinate vuote rimandavano da una curva all'altra, il suono netto del pallone calciato, persino le voci ben distinguibili di giocatori e allenatori sono stati un sottofondo d'inquietudine. Sembrava un film dell'orrore, una cosa finta. Ma adesso, con cautela e immutata passione, ci riprendiamo tutto. Amori, rumori e tremori. Era tempo. Ci era mancato da morire.