Ci sono voluti due anni perché i vietcong conquistassero Saigon dopo l'accordo firmato nel 1973 a Parigi da Henry Kissinger e Le Duc Tho, che sancì il ritiro delle truppe americane dal Vietnam. I talebani ci hanno messo appena due mesi a impadronirsi di Kabul dopo l'annuncio di Joe Biden del ritiro dall'Afghanistan prima del ventesimo anniversario delle Torri Gemelle. E il caos all'aeroporto di Kabul evoca prepotentemente quella scena del 1975 che l'amministrazione Usa ha sempre promesso che non si sarebbe mai ripetuta: la fuga disordinata del personale diplomatico con l'ambasciatore che salta sull'elicottero dal tetto della residenza a Saigon con la bandiera a stelle e strisce avvolta sotto il braccio.
L'evacuazione degli americani da Kabul, ha scritto il New York Times, "riflette la storia di vent'anni di guerra segnati dalla disconnessione tra la diplomazia americana e la realtà sul terreno". Ma la responsabilit&ag…
Ci sono voluti due anni perché i vietcong conquistassero Saigon dopo l'accordo firmato nel 1973 a Parigi da Henry Kissinger e Le Duc Tho, che sancì il ritiro delle truppe americane dal Vietnam. I talebani ci hanno messo appena due mesi a impadronirsi di Kabul dopo l'annuncio di Joe Biden del ritiro dall'Afghanistan prima del ventesimo anniversario delle Torri Gemelle. E il caos all'aeroporto di Kabul evoca prepotentemente quella scena del 1975 che l'amministrazione Usa ha sempre promesso che non si sarebbe mai ripetuta: la fuga disordinata del personale diplomatico con l'ambasciatore che salta sull'elicottero dal tetto della residenza a Saigon con la bandiera a stelle e strisce avvolta sotto il braccio.
L'evacuazione degli americani da Kabul, ha scritto il New York Times, "riflette la storia di vent'anni di guerra segnati dalla disconnessione tra la diplomazia americana e la realtà sul terreno". Ma la responsabilità ultima di questo disastro, della tragedia che incombe sul popolo afghano e del timore che ostaggi occidentali finiscano nelle mani dei talebani, ricade sul comandante in capo, il presidente Joe Biden. Che rischia di restare azzoppato per il resto del suo mandato da una decisione che ha preso da solo e ha ostinatamente difeso anche quando l'evidenza indicava che era stata avventata e mal preparata.
Il Pentagono lo aveva avvertito che era necessario mantenere sul terreno un contingente anti-terrorismo ancora per alcuni anni. Biden aveva ribattuto - anche contro l'opinione degli alleati della Nato presenti sul terreno, inglesi e italiani tra tutti - che restare, anche soltanto con forze speciali, era inutile perché non avrebbe impedito ai talebani di riprendere il potere a gioco lungo. E il 6 aprile aveva annunciato al suo staff che la decisione era presa. Come avrebbe poi detto pubblicamente: "Sono il quarto presidente che gestisce la presenza di truppe americane in Afghanistan, due repubblicani e due democratici. Non lascerò questa guerra a un quinto presidente".
Ora la sua ostinazione, fondata anche sulla presunzione di un'esperienza internazionale forgiata in decenni di lavoro nella commissione esteri del Senato, gli si ritorce contro. Bret Stephens, opinionista molto rispettato, gli ha rinfacciato nella sua "column" sul New York Times, le affermazioni della conferenza stampa dell'8 luglio, ripubblicandone lo stenografico. Domanda: La conquista dell'Afghanistan da parte dei talebani è ora inevitabile? Presidente: "No, non lo è". Domanda: Perché? Presidente: "Perché l'esercito afghano ha 300mila uomini ben equipaggiati - altrettanto ben equipaggiati che ogni altro esercito nel mondo - e dispone di una forza aerea contro qualcosa come 75mila talebani. No, non è inevitabile".
Sono parole che pesano come un macigno alla luce di quanto si è saputo nelle ultime settimane di inarrestabile avanzata dei talebani. Cioè che i veri effettivi delle forze armate afghane erano sì e no un sesto di quei 300mila uomini dichiarati da Biden perché alle diserzioni di massa andavano aggiunti i cosidetti "soldati fantasmi", del tutto inesistenti ma dichiarati dalla contabilità dei comandanti che ne intascavano le paghe. E che la "forza aerea" non era più in grado di funzionare perché la manutenzione e l'operatività dipendeva soprattutto dai "contractors" americani, che nel frattempo avevano cominciato a lasciare il Paese. Per non parlare della corruzione dilagante e dell'infedeltà dei governatori locali al governo centrale. Un quadro devastante dell'inefficienza dell'esercito afghano e dell'incompetenza dei suoi comandanti era stato del resto tracciato negli "Afghanistan Papers", rivelati dal Washington Post che si è impossessato di un rapporto confidenziale redatto da un'apposita agenzia del Congresso sulla gestione della guerra e della cosiddetta "ricostruzione" dell'Afghanistan.
È vero che la responsabilità degli errori di questi vent'anni ricade in buona misura anche sui predecessori di Biden. Su George W. Bush, che dopo aver iniziato la guerra ha focalizzato l'attenzione sull'Iraq senza aver stabilizzato l'Afghanistan. Su Barack Obama, che dopo aver annunciato l'intenzione di ritirare le truppe americane ne ha invece aumentato gli effettivi (con l'opposizione del suo vice Biden, già allora convinto che era una guerra persa) senza indicare una precisa strategia. Su Donald Trump, che nel 2020 ha firmato un accordo di pace con i talebani per un ritiro completo entro maggio di quest'anno. Accordo che, tra l'altro, Biden ha criticato affermando che ha lasciato i talebani nella migliore posizione dal punto di vista militare dal 2001 in poi.
Ed è anche vero che l'opinione pubblica americana, ancor più che ai tempi del Vietnam, non ne vuole più sapere, come già con Trump, di una guerra che è costata un trilione di dollari, 2.448 soldati Usa morti, e che ha cambiato denominazione due volte ("Operation Enduring Freedom", poi "Operation Freedom's Sentinel") confondendo ulteriormente l'americano medio sugli obiettivi e sui valori perseguiti. Ma, come ha scritto il Financial Times, "in termini di valutazione globale, l'errore di calcolo perseguiterà il resto della presidenza Biden". E se mai la caotica fuga dall'aeroporto di Kabul dovesse comportare anche un presa di ostaggi, americani o occidentali, da parte dei talebani, il fantasma di Teheran 1979 rischierebbe di aggirarsi nella Casa Bianca come accadde alla presidenza di Jimmy Carter.
Quale che sia l'esito di quanto stiamo vedendo in queste ore nelle immagini che arrivano da Kabul e dall'aeroporto, è lecito pensare che la fiducia degli alleati nella leadership americana e nell'impegno di Biden di creare un "club" delle democrazie sia incrinata. Ha detto bene Gideon Rachman: la fine di Kabul è l'inizio del "mondo post-americano".