"So che il sangue dei nostri antenati è forte e che guariremo". Lo dice la star del tennis Naomi Osaka, numero 2 al mondo, per ricordare il Paese del padre Leonard Francis, quella sfortunata Haiti colpita da tre tragedie consecutive e complementari nell'ultimo mese, culminate con un terremoto che ha causato quasi duemila morti, diecimila feriti e oltre 80mila case distrutte. Dove, denuncia Save the Children, i genitori hanno perso i figli e i bambini i genitori e centinaia di migliaia di minori sono sull'orlo della carestia.
Anche Papa Francesco, nell'Angelus di domenica, ha auspicato che si risvegli l'interesse della comunità internazionale, ora ossessionata dall'imponente débâcle dell'Occidente in Afghanistan, invitando a pregare assieme alla Madonna per questa disastrata isola caraibica, il Paese più povero dell'America Latina. Ecco, solo queste due importanti voci hanno cercato di richiamare l'attenzione …
"So che il sangue dei nostri antenati è forte e che guariremo". Lo dice la star del tennis Naomi Osaka, numero 2 al mondo, per ricordare il Paese del padre Leonard Francis, quella sfortunata Haiti colpita da tre tragedie consecutive e complementari nell'ultimo mese, culminate con un terremoto che ha causato quasi duemila morti, diecimila feriti e oltre 80mila case distrutte. Dove, denuncia Save the Children, i genitori hanno perso i figli e i bambini i genitori e centinaia di migliaia di minori sono sull'orlo della carestia.
Anche Papa Francesco, nell'Angelus di domenica, ha auspicato che si risvegli l'interesse della comunità internazionale, ora ossessionata dall'imponente débâcle dell'Occidente in Afghanistan, invitando a pregare assieme alla Madonna per questa disastrata isola caraibica, il Paese più povero dell'America Latina. Ecco, solo queste due importanti voci hanno cercato di richiamare l'attenzione sull'incubo Haiti.
Il 7 luglio scorso, 28 mercenari hanno assassinato il presidente Jovanel Moïse, lasciando il governo haitiano senza una vera guida, tra minacce golpiste e contese di potere. Poi il terremoto di magnitudo 7.2 che ha trasformato in un campo di macerie Les Cayes, capitale del Sud di Haiti, seminando morte e disastri tra i molti villaggi delle montagne a nord dell'epicentro. E ora la maledetta tempesta tropicale Grace che rallenta i soccorsi, scaricando 25 cm di pioggia proprio tra i terremotati, causando frane insidiose tra le macerie. Una apocalissi dalla terra e dal cielo. E non c'è nessun conforto.
Nemmeno dalle Chiese, unica rete di sostegno che offre cibo, scuole e punti di incontro in una anarchia sempre più misera: sono state rase al suolo dalle scosse, scomponendo così ogni punto di riferimento, poiché lo Stato è assente da quasi vent'anni, da quando un altro potente terremoto che colpì la capitale di Port au Prince si portò via 300 mila vite, con scene da delirio tra le strade, dove i più disperati si accoltellava per una bottiglia d'acqua. Nel 2016, un altro potente terremoto spazzò via i pochi progressi fatti e, ora, questo annus horribilis.
Haiti appare come un paradiso. Mari da sogno. Montagne rigogliose e invitanti. Non merita davvero un destino simile. Dovrebbe prosperare. Giocarsi il primo posto come più ambita meta turistica, arricchendosi grazie alle sue meraviglie naturali. Invece oggi è uno dei luoghi più devastati del mondo. Ma la responsabilità non è certo unicamente degli elementi naturali. Questa non è solamente una nazione fallita, è anche una nazione che ha fallito nel tessere una rete di ricostruzione. Non sono solo le tempeste tropicali, i crepacci, i massi rotolati a schiacciare i villaggi, e il crollo del network degli aiuti religiosi a preoccupare, ma anche il fatto che il caos degli aiuti internazionali è la norma ad Haiti.
Quando l'ex leader Jean-Bertrand Aristide, nel suo tentativo di riforma, smantellò rapidamente lo strapotere dell'esercito, non fece a tempo a consentire il trasferimento delle competenze alle istituzioni civili. Quindi oggi se il direttore della Protezione Civile haitiano Jerry Chandler annuncia che stanno arrivando soccorsi da Stati Uniti, Venezuela, Colombia e Repubblica Dominicana, a Les Cayes nessuno ha ancora visto un rappresentante dello Stato o di una Ong. Negli anni successivi al terremoto del 2010 si sapeva che ad Haiti operavano migliaia di Ong, mentre il ministero della Pianificazione ne elencava meno di 300. La mancanza di coordinamento, di pianificazione urbana e di una struttura coesa si fa sentire da più di 20 anni.
Haiti nuota nel fango, tra le macerie, senza una guida. La popolazione è disperata, stanca e rassegnata. La comunità internazionale, nonostante le esportazioni papali, langue. Non si è vista una reazione come quella delle precedenti crisi. Nulla si sta muovendo, e ciò potrebbe moltiplicare i danni, tra i poveri agricoltori le cui terre sono già state danneggiate dalla salinizzazione dei campi nei precedenti terremoti e tsunami. Ma è come se il mondo, spossato e impoverito dalla crisi del Covid, pensasse che questo fratello caraibico si può lasciare a se stesso.
È invece il momento migliore per intervenire, con organi come la Banca Mondiale e il Fondo monetario internazionale per ricostruire davvero quest'isola. Partendo da zero. Con una sanificazione del suo sistema politico, sanitario, economico e scolastico. Il mondo non si può permettere di dimenticare Haiti e sperare che possa guarire solo grazie al sangue forte dei suoi antenati.