Compagni di banco
di Elena Stancanelli, di Elena StancanelliSui banchi di scuola ci siamo attorcigliati per copiare, appoggiati per sonnecchiare, raddrizzati per dimostrare attenzione. Sotto i banchi abbiamo sfiorato ginocchia e appiccicato gomme, le superfici scarabocchiate. Abbiamo dondolato i piedi sotto le sedie quando eravamo piccoli e incastrato a fatica le gambe troppo lunghe un attimo prima di abbandonarli per sempre. Seduti al banco abbiamo scontato ogni minuto della nostra impazienza fino al suono della campanella, o al contrario sperato che l’ora non finisse mai inebriati dal profumo dei capelli di quella davanti.
Ai banchi tutti quanti siamo stati incatenati per un bel po’ di anni in cambio di un po’ di istruzione. Pochissime persone al mondo possono dire di averlo evitato e molti di questi, sono certa, lo rimpiangono. Chi era il tuo compagno di banco? Tutti ne ricordiamo il nome, persino quando ci è stato imposto per punizione, dall’esercizio tirannico e dispettoso di qualche insegnante. Di compagni di banco sono piene le nostre storie da Cuore di De Amicis a L’attimo fuggente.
È il primo dei nostri legami familiari al di fuori della famiglia, il più casuale dei vincoli e quindi la nostra formidabile occasione di familiarizzare con l’altro, lo sconosciuto, di conoscerne l’odore, le paure. Gomiti di maglioni sempre più lisi, uno accanto all’altro, nell’età in cui le ossa spingono di più. Il compagno di banco è un metro che misura la nostra crescita ogni giorno e conosce ogni nostra distrazione, può trasformarsi in complice o nemico, è la spia o l’imprevedibile alleato. A volte senza neanche doverlo chiedere copre le nostre colpe, altre, pur di tradirci, ne inventa.
Non è un amico il compagno di banco, non necessariamente: è la persona alla cui caviglia siamo incatenati, che affonda o si salva con noi.
La pandemia, mostro livellatore e normalizzante, ha cancellato ogni sfumatura, ogni singola declinazione sentimentale che non fosse il maledetto congiunto e la prole conseguente. Nessuna pietà per tutto il resto, certi amori clandestini, affetti secondari e bislacchi. Dovevamo stare lontani, questione di metri. Anche a scuola, anche lì dove il primo degli insegnamenti è la vicinanza. Due anni così, a spingersi via l’uno dall’altra. A settembre si riparte. Qualcuno azzarda: stringiamoci.
Spalanchiamo le finestre e vacciniamoci, ma rinsaldiamo quel legame di respiri divisi in due.
Non siamo pedine degli scacchi, siamo indivisibili grumi di sudore e ormoni. Così diventiamo grandi.