L'abbandono dell'Afghanistan. Un atto tragico, pericoloso, non necessario
di Tony Blair , di Tony BlairAbbandonare l'Afghanistan e il suo popolo è un atto tragico, pericoloso, non necessario, che non corrisponde ai nostri interessi né a quelli del Paese e della sua gente. A seguito della decisione di restituire l'Afghanistan nelle mani dello stesso gruppo che ha provocato la carneficina dell'11 settembre in un modo che sembra quasi studiato apposta per evidenziare la nostra umiliazione, sia gli alleati che i nemici si chiedono: l'Occidente manca di volontà strategica? Ossia, è in grado di far tesoro dell'esperienza, di pensare in termini strategici, di definire i nostri interessi su basi strategiche e impegnarsi strategicamente? Il concetto di lungo periodo ci appartiene ancora? La nostra politica è ormai incompatibile con l'affermazione del nostro ruolo tradizionale di leadership globale? È ancora importante per noi?
Ero a capo del nostro Paese quando abbiamo deciso di unirci all'America per destituire i talebani a…
Abbandonare l'Afghanistan e il suo popolo è un atto tragico, pericoloso, non necessario, che non corrisponde ai nostri interessi né a quelli del Paese e della sua gente. A seguito della decisione di restituire l'Afghanistan nelle mani dello stesso gruppo che ha provocato la carneficina dell'11 settembre in un modo che sembra quasi studiato apposta per evidenziare la nostra umiliazione, sia gli alleati che i nemici si chiedono: l'Occidente manca di volontà strategica? Ossia, è in grado di far tesoro dell'esperienza, di pensare in termini strategici, di definire i nostri interessi su basi strategiche e impegnarsi strategicamente? Il concetto di lungo periodo ci appartiene ancora? La nostra politica è ormai incompatibile con l'affermazione del nostro ruolo tradizionale di leadership globale? È ancora importante per noi?
Ero a capo del nostro Paese quando abbiamo deciso di unirci all'America per destituire i talebani al potere e, avendo assistito al crollo delle alte ambizioni che nutrivamo circa gli obiettivi possibili da realizzare per il popolo e per il mondo sotto il peso della triste realtà, so meglio di tanti altri quanto siano difficili le decisioni al vertice, quanto sia facile essere critici e arduo essere costruttivi.
Vent'anni fa, dopo il massacro di 3.500 persone a New York l'11 settembre, il mondo era in subbuglio. L'attacco venne organizzato fuori dall'Afghanistan da al-Qaeda, un gruppo terroristico islamista, a cui i talebani diedero protezione e assistenza. Non ce lo ricordiamo più, ma il mondo allora era in tilt. Temevamo altri attacchi, anche più gravi. Venne dato un ultimatum ai talebani: o ci svelavano i vertici di al-Qaeda o li avremmo rimossi dal potere per impedire che l'Afghanistan potesse essere usato come base per altri attacchi. Rifiutarono. Ritenemmo che non ci fosse migliore alternativa per la nostra sicurezza che mantenere la parola.
Ci sosteneva l'impegno sostanziale a trasformare l'Afghanistan da Stato terrorista fallito in una democrazia funzionante in ripresa. Sarà stata un'ambizione mal riposta, ma non certo poco nobile. Senza dubbio negli anni successivi commettemmo degli errori, alcuni gravi. Ma in reazione ai nostri errori sono seguiti purtroppo altri errori. Oggi sembra quasi che esportare la democrazia sia un'utopia e un'illusione e qualsiasi genere di intervento un'impresa inutile.
Oggi il mondo non sa bene quale sia la posizione dell'Occidente, perché è chiaro che un ritiro dall'Afghanistan condotto in questo modo non è frutto di una grande strategia, ma di decisioni politiche.
Il ritiro non era necessario. È stato una scelta. Lo abbiamo fatto obbedendo allo slogan politico idiota di porre fine alle "guerre eterne", come se il nostro impegno nel 2021 fosse lontanamente paragonabile all'impegno di venti o anche dieci anni fa, nel momento in cui il numero dei militari era ridotto al minimo e nessun soldato alleato ha perso la vita in combattimento da 18 mesi a questa parte.
Lo abbiamo fatto ben sapendo che, per quanto a dir poco imperfetti e immensamente fragili, si sono registrati miglioramenti concreti negli ultimi vent'anni. E chi lo mette in dubbio consideri lo strazio di ogni componente della società afgana per tutto ciò che teme di perdere: miglioramenti del livello di vita, dell'istruzione, in particolare delle ragazze, maggiore libertà. Molto meno di quanto abbiamo sperato e desiderato. Ma pur sempre qualcosa. Qualcosa che vale la pena di difendere. Che vale la pena di proteggere.
Lo abbiamo fatto nel momento in cui i sacrifici dei nostri soldati ci avevano imposto il dovere di salvaguardare quei fragili miglioramenti.
Lo abbiamo fatto nel momento in cui l'accordo del febbraio 2020, colmo di concessioni ai talebani, in base al quale l'America acconsentiva a ritirarsi a condizione che i talebani negoziassero un governo di ampie intese e garantissero protezione ai civili veniva violato quotidianamente e beffardamente.
Lo abbiamo fatto tra l'esultanza di ogni gruppo jihadista del mondo.
Russia, Cina e Iran ne trarranno vantaggio. L'impegno dei leader occidentali sarà comprensibilmente considerato una valuta instabile.
Lo abbiamo fatto perché sembrava un'esigenza politica. Ed è questa la preoccupazione dei nostri alleati e il motivo di esultanza di chi ci vuole male.
Pensano che la politica occidentale sia a pezzi.
Non sorprende quindi che amici e nemici si chiedano se questa sia una fase di ripiegamento epocale dell'Occidente.
Non riesco a credere a un'ipotesi del genere, ma dobbiamo dare dimostrazione tangibile che così non è.
È quindi necessaria un'immediata reazione rispetto all'Afghanistan. E bisogna indicare con misura e chiarezza qual è la nostra posizione rispetto al futuro.
Dobbiamo evacuare e dare asilo a tutti coloro che rientrano sotto la nostra responsabilità: gli afghani che hanno collaborato con noi, si sono schierati dalla nostra parte e hanno diritto ora di esigere che noi ci schieriamo dalla loro. Non bisogna riproporre scadenze arbitrarie. Abbiamo l'obbligo morale di continuare finché sia completata l'evacuazione di tutti coloro che lo necessitano. E non dobbiamo farlo con riluttanza, ma sulla base di un profondo senso di umanità e responsabilità.
Dobbiamo quindi trovare una via per trattare con i talebani ed esercitare la massima pressione su di loro. Non è inutile come sembra. Abbiamo perso gran parte della nostra influenza, ma ne abbiamo ancora. I talebani dovranno affrontare scelte molto difficili e probabilmente divisive. Il Paese, le sue finanze e i dipendenti pubblici dipendono in misura significativa dal sostegno soprattutto di Stati Uniti, Giappone, Regno Unito e altri Paesi. L'età media della popolazione è 18 anni. La maggioranza degli afghani ha conosciuto la libertà e non conosce il regime talebano. Non tutti si adegueranno in silenzio.
Il Regno Unito, che detiene attualmente la presidenza del G7, dovrebbe convocare un gruppo di contatto del G7 e di altre nazioni chiave e impegnarsi a coordinare gli aiuti al popolo afghano e chiamare il nuovo regime a rendere conto delle proprie azioni. La Nato (che ha avuto 8000 uomini in Afghanistan assieme agli Stati Uniti) e l'Europa dovrebbero essere impegnate a cooperare sotto l'egida di tale gruppo.
Dobbiamo stilare un elenco di incentivi, sanzioni, azioni da intraprendere che includano la protezione dei civili in modo che i talebani comprendano che le loro azioni avranno delle conseguenze.
È urgente. Al caos delle settimane scorse deve sostituirsi una parvenza di organicità con un piano che sia credibile e realistico.
Ma allora dobbiamo rispondere al grande interrogativo a monte. Quali sono I nostri interessi strategici e siamo ancora disposti a impegnarci a tutelarli?
Paragoniamo la posizione dell'Occidente con quella del presidente Putin. Quando la primavera araba scosse il Medio Oriente e il Nord Africa, rovesciando un regime dopo l'altro, Putin sentì in pericolo gli interessi della Russia. In particolare in Siria si convinse che per la Russia era necessario che Assad rimanesse al potere. Mentre l'Occidente, dopo aver esitato fece la scelta peggiore, rifiutando di negoziare con Assad ma non facendo nulla per rimuoverlo, neppure quando usò armi chimiche contro il suo popolo, Putin intervenne. Un impegno a tempo indeterminato durato dieci anni. E benché lui sia intervenuto a sostegno di una dittatura e noi per eliminarla, è stato lui, assieme agli iraniani, ad assicurarsi il successo. Analogamente, anche se siamo stati noi a rimuovere il governo di Gheddafi in Libia, è la Russia ad avere influenza sul futuro del Paese.
È stato difficile governare l'Afghanistan nei vent'anni della nostra permanenza. E ovviamente ci sono stati sbagli ed errori di calcolo. Ma non dobbiamo illuderci, non poteva essere diversamente in presenza di una ribellione interna sostenuta dall'esterno - in questo caso dal Pakistan - mirata a destabilizzare il Paese e ostacolarne il progresso.
L'esercito afghano non ha retto una volta tagliato il sostegno americano, ma 60.000 soldati afghani hanno perso la vita e qualunque esercito avrebbe subito un crollo morale nel momento in cui l'efficace sostegno aereo, vitale per le truppe sul campo, veniva azzerato per l'improvvisa mancanza di manutenzione.
La corruzione era endemica nel governo, ma c'erano anche persone oneste che operavano per il bene del Paese.
Leggete l'eccellente resoconto di quanto è stato fatto nel bene e nel male nell'intervista del Generale Petraeus al New Yorker.
Spesso le nostre speranze sono andate deluse ma non sono mai venute meno.
Nonostante tutto, se aveva importanza strategica, valeva la pena di perseverare, a patto che il costo non fosse eccessivo, e in questo caso non lo era.
Se una cosa è importante si va avanti anche soffrendo. Pur nello sconforto non si può perdere completamente la fiducia. Gli amici hanno bisogno di percepirla e i nemici devono sapere che esiste.
"Se è importante".
Lo è? Conta davvero? Gli eventi in Afghanistan rientrano nel quadro dei nostri interessi strategici e li chiamano in causa?
Qualcuno dirà di no. Non si è ancora verificato un altro attacco delle proporzioni dell'11 settembre, anche se non si sa se grazie o malgrado quello che abbiamo fatto dopo quella data. Si potrebbe dire che il terrorismo resta una minaccia, che però non preoccupa molti nostri cittadini, certo non come negli anni successivi all'11 settembre.
I vari elementi del jihadismo erano palesemente scollegati fra loro, combattevano per cause locali e potevano essere tenuti a bada dalla moderna intelligence.
Continuo però a sostenere che anche se ciò fosse vero, e quindi non fosse necessario agire per rimuovere dal potere i talebani nel novembre del 2001, la decisione di ritirarsi è stata sbagliata. Ma non sarebbe diventata un punto di svolta geopolitico.
Voglio tuttavia provare a sostenere la tesi alternativa, e cioè che i talebani sono parte di un quadro più ampio e di rilevanza strategica per noi.
Gli attacchi dell'11 settembre ebbero un impatto esplosivo sulla nostra coscienza per la loro gravità e l'orrore che suscitarono. Ma la motivazione dietro un'atrocità del genere nasceva da un'ideologia che si stava sviluppando da anni. La chiamerò "islam radicale", per mancanza di un termine migliore. Come dimostra uno studio che verrà pubblicato prossimamente dal mio istituto, questa ideologia, in diverse forme e con vari gradi di estremismo, era in gestazione da quasi un secolo.
La sua essenza è la convinzione che i musulmani sono disprezzati e discriminati perché oppressi da potenze esterne e da leader corrotti, e che la risposta sta in un ritorno alle radici dell'islam, attraverso la creazione di uno Stato basato non sulle nazioni ma sulla religione, con la società e la politica governate da una visione rigida e fondamentalista dell'islam.
È la trasformazione della religione islamica in un'ideologia politica, e un'ideologia necessariamente estrema ed escludente, perché in un mondo fatto di tante fedi e culture sostiene che esiste un'unica fede e che tutti dovremmo conformarci a essa.
Negli ultimi decenni, e ben prima dell'11 settembre, era un'ideologia che stava guadagnando forza. La Rivoluzione Islamica in Iran nel 1979, e il suo eco nel fallito assalto alla Mecca alla fine di quello stesso anno, diedero un'enorme spinta alle forze di questo radicalismo. I Fratelli musulmani divennero un movimento importante. L'invasione russa dell'Afghanistan produsse una crescita del jihadismo.
Con il tempo, sono spuntati fuori altri gruppi: Boko Haram, gli al-Shabab, al-Qaeda, l'Isis e tanti altri.
Alcuni sono violenti. Alcuni no. A volte si combattono fra loro, ma in altre occasioni, come nel caso dell'Iran e di al-Qaeda, collaborano. In ogni caso, tutti fanno riferimento a elementi di fondo della stessa ideologia.
Oggi c'è un enorme processo di destabilizzazione in corso nel Sahel, il gruppo di Paesi che abbraccia la parte settentrionale dell'Africa subsahariana. Sarà da qui che verrà la prossima ondata di estremismo e immigrazione che colpirà inevitabilmente l'Europa.
Il mio istituto lavora in molti Paesi africani. Tra tutti i presidenti che conosco, in pratica non ce n'è uno che non pensi che questo sia un problema enorme per loro, e che sta diventando il problema per eccellenza.
L'Iran usa gruppi alleati come gli Hezbollah per minare alla base i Paesi arabi moderati in Medio Oriente. Il Libano è sull'orlo del collasso.
La Turchia negli ultimi anni sta imboccando con sempre più decisione una strada islamista.
In Occidente, abbiamo assistito a una radicalizzazione delle nostre comunità musulmane.
Perfino nazioni musulmane più moderate come l'Indonesia e la Malesia hanno visto la loro scena politica, negli ultimi decenni, diventare più islamica nei discorsi e nei comportamenti.
Basta guardare le congratulazioni del primo ministro pachistano ai talebani per la loro "vittoria" per vedere che anche se molti di quelli che sposano l'islamismo naturalmente sono contrari alla violenza, condividono caratteristiche ideologiche con molti di quelli che la violenza la usano e una visione del mondo che presenta costantemente l'islam come una religione sotto assedio dell'Occidente.
L'islamismo è una sfida strutturale di lungo periodo perché è un'ideologia in totale contrasto con le società moderne, basate sulla tolleranza e il laicismo.
Eppure i politici e gli alti funzionari occidentali non sono d'accordo nemmeno se chiamarlo islam radicale oppure no. Preferiamo identificarlo come un insieme di sfide scollegate tra loro, da affrontare ciascuna separatamente.
Se lo definissimo come una sfida strategica, e lo vedessimo nel suo insieme e non come parti distinte, non avremmo mai preso la decisione di andarcene dall'Afghanistan.
Siamo sfasati rispetto all'islam radicale. Con il comunismo rivoluzionario eravamo consapevoli di essere di fronte a una minaccia di natura strategica, che ci imponeva di affrontarla sia sul piano ideologico sia attraverso misure di sicurezza. È una minaccia che è durata più di settant'anni. In tutto quel tempo, non ci saremmo mai sognati di dire "Be', è un bel po' che stiamo facendo questa cosa, perché non lasciamo perdere?".
Sapevamo che dovevamo avere la forza di volontà, la capacità e la resistenza per portare a termine il lavoro. Il conflitto e il confronto abbracciavano diverse arene, diverse dimensioni, vari gradi di preoccupazione a seconda del crescere e dell'attenuarsi della minaccia.
Ma eravamo consapevoli che si trattava di una minaccia reale e univamo le forze fra nazioni e partiti per affrontarla.
È quello che dovremmo decidere adesso riguardo all'islam radicale. È una minaccia strategica? Se è così, che cosa devono fare quelli che vi si oppongono, anche all'interno dell'islam, per unire le forze e sconfiggerla?
Abbiamo imparato i pericoli dell'intervento per i modi in cui siamo intervenuti in Afghanistan, in Iraq e di fatto anche in Libia. Ma anche non intervenire è una politica che ha conseguenze.
È assurdo pensare che la scelta sia fra quello che abbiamo fatto nel primo decennio dopo l'11 settembre e la ritirata a cui stiamo assistendo ora; trattare l'intervento militare a tutti gli effetti che lanciammo nel novembre del 2001 come se fosse della stessa natura della missione di sicurezza e supporto che abbiamo condotto in Afghanistan negli ultimi anni.
L'intervento può assumere tante forme. Dobbiamo farlo imparando le lezioni degli ultimi vent'anni basandoci non sulla nostra visione politica a breve termine, ma sui nostri interessi strategici a lungo termine.
Ma l'intervento richiede impegno. E l'arco temporale non dev'essere dettato dalle tabelle di marcia politiche, ma dagli obbiettivi fissati.
Per la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, questi sono interrogativi seri. L'assenza di consenso e collaborazione bipartisan e la profonda politicizzazione delle tematiche di politica estera e di sicurezza stanno visibilmente atrofizzando il potere americano. E per quanto riguarda la Gran Bretagna, che è fuori dall'Europa e che ha subito la decisione del nostro più grande alleato di mettere fine alla missione afghana senza quasi consultarci, abbiamo una seria riflessione da fare. Ancora non ce ne rendiamo conto, ma corriamo il rischio di essere relegati nella seconda divisione delle potenze mondiali. Magari non ci importa, ma è una decisione che dovremmo quantomeno prendere attraverso vie deliberative.
Ovviamente ci sono molte altre questioni importanti nel contesto geopolitico: il Covid 19, il clima, l'ascesa della Cina, la povertà, le malattie e lo sviluppo.
Ma a volte una questione arriva ad avere un significato non solo di per sé, ma come una metafora, un indizio dello stato delle cose e dello stato delle persone.
Se l'Occidente vuole influenzare la forma che assumerà il XXI secolo, dovrà metterci impegno: nella buona e nella cattiva sorte; quando è difficile, non solo quando è facile; fare in modo che gli alleati possano fidarsi di noi e gli avversari ci vadano con i piedi di piombo; accumulare una reputazione di costanza e rispetto per il progetto che abbiamo e la competenza con cui lo mettiamo in atto.
Sarà necessario che parte della destra politica si renda conto che l'isolamento in un mondo interconnesso ti condanna alla sconfitta; e che parte della sinistra accetti l'idea che intervenire a volte può essere necessario per difendere i nostri valori.
Sarà necessario che impariamo le lezioni dei vent'anni che sono seguiti all'11 settembre con uno spirito di umiltà e lo scambio rispettoso di diversi punti di vista; ma anche partendo dalla riscoperta del fatto che noi in Occidente rappresentiamo valori e interessi di cui dobbiamo andare giustamente fieri e che meritano di essere difesi.
È questo impegno nei confronti di quei valori e interessi che deve definire la nostra politica, non il contrario.
Questo è il grande interrogativo strategico con cui il caos a cui stiamo assistendo in Afghanistan ci costringe a misurarci. E dalla risposta dipenderà la visione che il mondo avrà di noi e la visione che noi avremo di noi stessi.
(Traduzione di Emilia Benghi e Fabio Galimberti)