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L'Europa e la crisi afghana: è il tempo delle verità scomode

Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, visita un centro per rifugiati afghani in Spagna (afp)

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La Ue si trova a dover gestire le conseguenze politiche e pratiche di questa sconfitta
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È tempo, in Europa, di dirci verità scomode. La prima è che le guerre condotte per un imperativo ideale comportano obblighi sia quando si combattono, sia quando si vincono, sia, soprattutto, quando si perdono. E si perdono veramente solo quando la sconfitta comporta l'abbandono di quegli ideali per cui erano state combattute.


La seconda è che l'Europa, con l'elmetto della Nato, ha perso la guerra in Afghanistan. Una sconfitta militare e politica che il Continente, unito da settant'anni, non aveva mai subito nella sua interezza. È inutile e anche ingiusto, ora, recriminare sull'unilateralismo americano. È vero che gli Stati Uniti in Afghanistan hanno deciso anche per gli europei come combattere e quando ritirarsi, e che queste decisioni sono state spesso sbagliate, compresa l'ultima. Ma lo hanno fatto non in virtù di un loro primato politico, bensì per la semplice ragione che sono stati gli americani a so…

È tempo, in Europa, di dirci verità scomode. La prima è che le guerre condotte per un imperativo ideale comportano obblighi sia quando si combattono, sia quando si vincono, sia, soprattutto, quando si perdono. E si perdono veramente solo quando la sconfitta comporta l'abbandono di quegli ideali per cui erano state combattute.


La seconda è che l'Europa, con l'elmetto della Nato, ha perso la guerra in Afghanistan. Una sconfitta militare e politica che il Continente, unito da settant'anni, non aveva mai subito nella sua interezza. È inutile e anche ingiusto, ora, recriminare sull'unilateralismo americano. È vero che gli Stati Uniti in Afghanistan hanno deciso anche per gli europei come combattere e quando ritirarsi, e che queste decisioni sono state spesso sbagliate, compresa l'ultima. Ma lo hanno fatto non in virtù di un loro primato politico, bensì per la semplice ragione che sono stati gli americani a sobbarcarsi quasi totalmente l'onere finanziario, strategico, militare e di perdite umane di una guerra che gli europei hanno combattuto con troppi "se" e troppi "ma". Con l'eccezione dei britannici, abbiamo preferito svolgere una missione di ricostruzione e assistenza che combattere una guerra guerreggiata. Opzione certo nobile, forse comprensibile, ma corresponsabile della sconfitta che ora deploriamo a gran voce dandone la colpa a Trump e a Biden.


La terza verità scomoda è che ora l'Europa, con il cappello della Ue, si trova a dover gestire le conseguenze politiche e pratiche di questa sconfitta. E se l'ombrello Nato ci ha consentito di nasconderci dietro l'alleato americano, la gestione della nuova crisi afghana non ci offre alibi: che la vinciamo o che la perdiamo, la responsabilità sarà solo ed esclusivamente nostra. Sul fronte politico, le immagini di Angela Merkel che va da Putin nel suo ultimo viaggio da cancelliera per chiedere aiuto alla Russia nell'affrontare questa emergenza dimostrano ancora una volta il coraggio morale e il pragmatismo politico di una leader che l'Europa avrà modo di rimpiangere. Ammettere la sconfitta, come i tedeschi sanno bene, è il primo passo per ricostruirsi una dignità e un futuro.


Sul fronte pratico, la sconfitta afghana per noi europei pone un solo, gigantesco problema: quello dei profughi. È un problema duplice. Il probabile afflusso di rifugiati dall'Afghanistan riapre le ferite europee. Ma anche le contraddizioni. Le destre di tutto il Continente, che già suonano l'allarme per l'imminente "invasione" degli afghani, furono tra le forze politiche più solerti nel sostenere l'intervento a fianco degli Stati Uniti di Bush nel 2001. E i due Paesi sovranisti e anti-immigrati, la Polonia e l'Ungheria, che ora parlano di chiudere le frontiere, hanno partecipato attivamente con i loro contingenti alla guerra perduta.


D'altra parte, la grande fuga da Kabul ci pone un dilemma che è insieme morale e politico. E qui occorre dirci un'altra verità scomoda: la guerra in Afghanistan, fin dai tempi della resistenza contro i sovietici, è stata da parte islamica anche, se non soprattutto, una guerra per riaffermare il predominio maschile sulle donne. La Kabul di Najibullah, il presidente-fantoccio dell'Urss, era piena di ragazze in jeans e non velate che, dagli uffici alle scuole agli ospedali, facevano funzionare una società che la guerra aveva privato degli uomini. La vittoria dei combattenti islamici, aiutati dagli Usa, pose fine all'impero sovietico ma anche all'emancipazione femminile nella regione. Ora sappiamo, per esperienza già vissuta, che la morsa integralista si richiuderà sulle donne. Se l'Occidente, come ricordava Ezio Mauro su queste pagine, non è un impero ma una civiltà, non ci è consentito voltare loro le spalle. Perdere la guerra per la democrazia in Afghanistan è un colpo duro. Ma ora non possiamo perdere anche l'anima abbandonando ad un destino di morte e di oppressione coloro che hanno creduto nei nostri valori e le donne e le ragazze afghane per la cui dignità abbiamo proclamato di combattere negli ultimi vent'anni. Creare corridoi umanitari per offrire asilo ai più vulnerabili dall'oppressione talebana è un imperativo morale al quale non ci è dato sottrarci.


Le prime dichiarazioni della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, vanno fortunatamente in questa direzione. La Ue è pronta ad aiutare finanziariamente chi darà ospitalità alle vittime della guerra che abbiamo perduto. Il costo di questo salvataggio sarà comunque inferiore a quello sostenuto in vent'anni di infruttuose operazioni militari. Siamo andati in Afghanistan per difendere i nostri valori, che credevamo universali. Se dovessimo rinnegarli voltando le spalle a chi li ha condivisi, perderemmo una seconda volta quella guerra. E forse perderemmo definitivamente anche la guerra per difendere la nostra stessa ragion d'essere europei.