Il XXI secolo del nuovo mondo probabilmente inizia davvero oggi. La riunione del G7 non è solo straordinaria nella convocazione ma è eccezionale rispetto agli effettivi rapporti di potere che si erano consolidati negli ultimi 75 anni. I "Sette Grandi" si troveranno dinanzi una situazione senza precedenti. Non solo perché la crisi afghana è particolarmente complicata, ma perché i vecchi strumenti e le armi del passato per risolverla non sono più utilizzabili. È un incontro, seppure virtuale, come non mai pieno di sfide e di interrogativi. Le soluzioni o almeno le potenziali soluzioni non sono al momento prevedibili. Soprattutto non sono determinabili dal sistema che ha governato il mondo fino a ieri.
La vittoria dei Talebani sta rendendo concretamente evidente la formazione in nuce di un ordine mondiale, un multilateralismo che non risponde all'impostazione del XX secolo. Gli approdi finali, però, sono indefinibili.È questa l'eccezionalità del G7: un incontro al buio, pieno di incognite. Basti pensare che dinanzi ad una crisi come quella afghana, il G7 in passato avrebbe avuto una voce in capitolo molto limitata. L'Onu sarebbe stato invocato e - come sta accadendo in queste ore - la sua risposta sarebbe risultata sterile; quindi sarebbe intervenuta la Nato. Strada ora impraticabile vista la gigantesca sconfitta subita dal Patto, il disordine mostrato nelle operazioni di evacuazione e la confusione nella gestione dei tempi.
La domanda da porsi allora è: cosa può decidere questa riunione? O meglio: può prendere una decisione? Probabilmente il primo nodo da sciogliere riguarda la convocazione di un altro summit, ossia il G20 allargato al Pakistan. L'Italia lo sta promuovendo, dopo una iniziale contrarietà anche gli Usa stanno esprimendo un timido favore. La Gran Bretagna di Johnson, ormai avviluppata dopo la Brexit nelle torsioni da anacronistico protagonismo neocoloniale, si oppone. Ma il punto è sempre lo stesso. Dopo quel che è accaduto, si può davvero decidere qualcosa su Kabul senza Cina, Pakistan e Russia? È un dubbio amaro su cui però tutti si arrovellano. Del resto i primi due sono gli unici Paesi che hanno già riconosciuto le autorità talebane. Mosca ha mantenuto l'ambasciata a Kabul per dimostrare di essere un interlocutore come e più di Pechino. Sebbene la differenza tra Putin e Xi sia molto semplice: i soldi. I cinesi possono spendere e investire, i russi no. Fattore che rende complicata l'organizzazione del G20. Complicata ma forse necessaria. In particolare se si fa riferimento alla questione più pratica di questi giorni: ossia la tempistica dell'evacuazione dall'Afghanistan. La scadenza del 31 agosto, però, può diventare una tagliola per gli alleati degli Usa. Gli americani devono far uscire da quel Paese almeno altre centomila persone. Ce la possono fare. L'Italia con l'operazione Aquila ha già raggiunto quasi l'80% degli obiettivi. Ma gli altri? Compresi gli inglesi? Rispettare quella data, infatti, può diventare un problema soprattutto per i contingenti e i collaboratori non statunitensi. Questo è un altro quesito. Che non ha ancora una risposta. Come è incerta la data in cui convocare questo eventuale vertice allargato. Entro agosto? Irrealistico. A metà settembre? Sarebbe prima delle Nazione Unite. Fine settembre, invece, sarebbe troppo tardi.
E poi c'è l'ombra scura del futuro che si stende sul G7. Cosa fare quando le forze Nato saranno evacuate? Quale postura tenere nei confronti dei talebani. Dialogare? Al momento appare impossibile. Basti pensare che all'inizio della campagna eletttorale Biden aveva annunciato un "Summit delle democrazie" e a maggio scorso aveva promesso una "battaglia tra l'utilità delle democrazie e le autocrazie". Frase che rende l'intero contesto a dir poco contraddittorio. Per di più nella consapevolezza che questa Casa Bianca rischia di essere ricordata per quegli uomini caduti dall'aereo in volo da Kabul. E che l'obiettivo principale di Biden era la ricostruzione della leadership americana dopo il quadrienno di Trump.
L'altra opzione sarebbe quella di finanziare l'opposizione? Potrebbe, però, rivelarsi un salto indietro al 2001. Un ritorno al passato,
In questo quadro, l'Europa si presenta ancora più disarmata. Forse si chiede troppo ad una Unione che non è uno Stato e che nemmeno riesce a concordare sui corridoi umanitari. Ma dentro l'Ue un ruolo lo sta assumendo l'Italia. Che - grazie anche l'efficienza dell'evacuazione e alla leadership di Draghi - può guidare una mediazione. Tutto sta cambiando, prima e dopo il G7 di oggi.