Quello che manca alla maternità
di Michela Murgia , di Michela MurgiaLo stato interessante è il modo eufemistico con cui dall'800 in poi ci si riferisce con inspiegabile pudore all'esperienza della gravidanza. È un termine curioso; da un lato sottintende che tutti gli stati di vita della donna che non implicano l'essere incinta siano privi di interesse, dall'altro suggerisce che a quello specifico stato tutti dovrebbero prestare un'attenzione particolare. È un'espressione ipocrita, perché nella realtà non c'è niente che riceva dalle persone e dalle istituzioni più disinteresse del destino di una donna incinta.
Lo ha spiegato molto bene la sindaca di Torino Chiara Appendino - al settimo mese di attesa del secondo figlio - con un post su Facebook che ha suscitato, oltre a decine di commenti, anche la replica solidale del ministro Patuanelli. Appendino - al netto dei cascami sulla gravidanza definita "momento più bello della vita" - è puntuale nel dire ch…
Lo stato interessante è il modo eufemistico con cui dall'800 in poi ci si riferisce con inspiegabile pudore all'esperienza della gravidanza. È un termine curioso; da un lato sottintende che tutti gli stati di vita della donna che non implicano l'essere incinta siano privi di interesse, dall'altro suggerisce che a quello specifico stato tutti dovrebbero prestare un'attenzione particolare. È un'espressione ipocrita, perché nella realtà non c'è niente che riceva dalle persone e dalle istituzioni più disinteresse del destino di una donna incinta.
Lo ha spiegato molto bene la sindaca di Torino Chiara Appendino - al settimo mese di attesa del secondo figlio - con un post su Facebook che ha suscitato, oltre a decine di commenti, anche la replica solidale del ministro Patuanelli. Appendino - al netto dei cascami sulla gravidanza definita "momento più bello della vita" - è puntuale nel dire che, in assenza di vere politiche di welfare, la gravidanza rischia di essere un'esperienza angosciante, che minaccia la stabilità economica ed emotiva delle donne che non possono contare su altri supporti.
È significativo che a parlare del deficit di servizi alla genitorialità sia una donna politica e che parta dalla propria esperienza. Dimostra il limite rappresentato da leggi pensate solo da uomini, che dal loro punto di vista hanno considerato la vita delle cittadine di sesso femminile funzionale allo Stato, mentre dovrebbe essere il contrario. L'assenza di politiche a sostegno della genitorialità rivela uno scenario dove le donne non sono persone, ma pezzi del welfare.
L'attuale stato sociale in Italia è pensato per lasciare le donne preferenzialmente a casa a occuparsi della cura di anziani e bambini. Sul disincentivare il lavoro fuori casa, va riconosciuto che il sistema è stato efficientissimo: l'Italia ha i tassi di occupazione femminile più bassi in Europa dopo la Grecia e le statistiche dicono che 25.000 donne all'anno lasciano il lavoro dopo la prima nascita. Per contro, una donna su quattro sceglie proprio di non mettere al mondo, piuttosto che perdere le opportunità faticosamente conquistate con lo studio e il lavoro.
I cosiddetti bonus bebè proposti periodicamente da politici di ogni posizionamento danno un messaggio disarmante: questa paghetta serve a te genitore per arrangiarti giusto un anno nel trovare privatamente i servizi che lo Stato dovrebbe offrirti e non ti offre. Il bonus bebè fa esattamente quello che non dovrebbe fare: mette al centro del discorso pubblico il neonato, invece che la condizione sociale strutturalmente fragile di sua madre. Per far crescere un bambino ci vuole un villaggio, dice un antico detto africano, ma alle donne la politica continua da anni a ripetere l'esatto contrario: per far crescere un villaggio ci vogliono bambini, e siccome non li fate, la colpa della decrescita è vostra.
Le campagne paternaliste come l'indimenticato Fertility Day, che scaricano sulle donne la responsabilità delle culle vuote, non solo non servono a nulla, ma sono offensive e umilianti. Negli stati dove esiste un buon welfare familiare, le nascite ci sono, le donne non lasciano il lavoro e i padri si assumono le responsabilità di cura senza che nessuno li chiami "mammi" o dica loro che stanno facendo i babysitter della loro stessa prole. Le donne italiane ricominceranno a diventare madri solo quando per far crescere una vita non sarà più necessario amputare la propria.