L'estate palermitana costringe, inesorabile, a ricordare la catena di sanguinose testimonianze della ferocia mafiosa. Se moltissimi cittadini, non solo italiani, hanno bene in mente le stragi di Capaci e via D'Amelio (23 maggio e 19 luglio 1992), o quella in cui morirono il giudice Rocco Chinnici con due carabinieri di scorta e il portiere dello stabile in cui abitava (29 luglio 1983), le date delle estati di sangue sono molte di più e un elenco completo non sarebbe qui possibile. Ma qualcuna può bastare a rendere l'idea.
Era un 21 luglio (1979) quando venne ucciso il vicequestore Boris Giuliano; un 28 luglio (1985) il commissario Beppe Montana. È del 6 agosto (1980) l'assassinio del Procuratore della Repubblica Gaetano Costa e lo stesso giorno, cinque anni dopo, vengono uccisi il commissario Ninni Cassarà e l'agente Roberto Antiochia. L'11 agosto (1982) è la volta del medico legale Paolo Giaccone; il 20 agosto (1977) del co…
L'estate palermitana costringe, inesorabile, a ricordare la catena di sanguinose testimonianze della ferocia mafiosa. Se moltissimi cittadini, non solo italiani, hanno bene in mente le stragi di Capaci e via D'Amelio (23 maggio e 19 luglio 1992), o quella in cui morirono il giudice Rocco Chinnici con due carabinieri di scorta e il portiere dello stabile in cui abitava (29 luglio 1983), le date delle estati di sangue sono molte di più e un elenco completo non sarebbe qui possibile. Ma qualcuna può bastare a rendere l'idea.
Era un 21 luglio (1979) quando venne ucciso il vicequestore Boris Giuliano; un 28 luglio (1985) il commissario Beppe Montana. È del 6 agosto (1980) l'assassinio del Procuratore della Repubblica Gaetano Costa e lo stesso giorno, cinque anni dopo, vengono uccisi il commissario Ninni Cassarà e l'agente Roberto Antiochia. L'11 agosto (1982) è la volta del medico legale Paolo Giaccone; il 20 agosto (1977) del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo e dell'insegnante Filippo Costa. Il 3 settembre (1982) il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, sua moglie Emanuela Setti Carraro e l'agente Domenico Russo vengono crivellati a colpi di Kalashnikov; il 15 settembre (1993) i sicari sparano a padre Pino Puglisi; il 25 settembre (1979) al giudice Cesare Terranova e all'agente Lenin Mancuso.
Negli anni, questa incredibile serie di delitti ha dato luogo a un susseguirsi di cerimonie di commemorazione che obbligano quanti all'epoca erano a Palermo, a ricordare ogni tragedia e il tentativo di vivere quell'interminabile periodo - come è stato detto - in una "impossibile normalità". Tentativo che riguardava tutti, perché agli omicidi di uomini delle istituzioni se ne sommavano centinaia di altri: spesso si trattava di affiliati alle cosche, ma anche di cittadini comuni coinvolti nelle azioni criminali casualmente, o per ragioni rimaste oscure.
Gli stessi anniversari, però, servono a far risaltare la reazione dello Stato e della società civile, per cui oggi possiamo dire che - a prezzo di enormi sacrifici e sempre nel rispetto delle regole - quella Cosa nostra non esiste più. Anche se la mafia, ovviamente, c'è ancora, continua ad arricchirsi e a commettere delitti, a Palermo come altrove. Chi è troppo giovane d'età, potrebbe pensare che si tratti di una stagione lontana, dai contorni sbiaditi, magari superata, e che la mafia sia per Palermo solo uno dei tanti problemi, che non riguarda e non coinvolge la maggior parte della popolazione. Altri invece pensano che il percorso di risveglio civile innescato dalla morte di Falcone e Borsellino e proseguito nella vita quotidiana con un paziente lavoro di educazione alla legalità, specie nelle scuole, è un processo che sta dando i suoi frutti. Ne è una conferma, piccola ma significativa, una recentissima intercettazione nella quale si sente un boss infuriarsi alla notizia che la figlia di un'amica aveva chiesto alla madre di partecipare al corteo in memoria della strage di Capaci.
So bene che sul punto esistono pareri discordanti, ma io credo che abbia ragione Leoluca Orlando, sindaco oggi e anche in quegli anni, quando afferma che nessuna città europea è cambiata quanto Palermo: "È stato un cambiamento culturale: siamo cambiati nella testa, nel cuore e negli stili di vita. È cambiata la consapevolezza di sé del palermitano ... anche grazie alla cultura della legalità, grazie alle vittime della mafia che hanno risvegliato le coscienze".
Spero che ricordare quanto è avvenuto per decenni a Palermo - proprio per questo, come diceva Sciascia, "la memoria è necessaria" - per quanto doloroso possa aiutare il Paese, in modo particolare le regioni del Centro-Nord, a non sottovalutare il pericolo rappresentato dalle mafie anche quando i criminali, proprio per la lezione imparata in Sicilia, ai gesti eclatanti di violenza antepongono gli affari.
Questa consapevolezza è ancora più necessaria alla politica perché metta sempre tra i punti principali della sua agenda il contrasto alle mafie, in special modo oggi per impedire che esse riescano a intercettare i flussi di denaro legati al Piano di rinascita e resilienza. Anche se è fuori discussione che quei soldi vadano spesi e le opere realizzate ovunque, soprattutto al Sud.
Sul piano legislativo va registrata con soddisfazione l'adozione di norme più rigorose in termini di improcedibilità per i reati di mafia, con l'auspicio che anche in futuro venga salvaguardato - nonostante le critiche, a volte interessate, di molti - quel sistema del doppio binario che ha consentito finora di contrastare adeguatamente, con indagini e processi, la metastasi criminale.