Che la vittoria dei Talebani sia una sciagura per il popolo afghano - e particolarmente per i collaborazionisti, le donne, gli intellettuali, i giornalisti - è uno dei pochi punti fermi di una vicenda segnata da molteplici divisioni, da innumerevoli contrapposizioni, e da qualche contraddizione. Vi è anzitutto una dimensione geopolitica: l'Afghanistan ha importanti ricchezze (papavero, terre rare) ma soprattutto è un crocevia al quale sono interessate almeno Russia, Cina, India, Pakistan. Il vuoto lasciato dagli Usa non resterà tale a lungo, e si colmerà di conflitti. I Talebani dovranno inoltre scontare oltre alle divisioni interne fra pragmatici e radicali anche la possibile opposizione dei signori della guerra tribali. Perfino il fronte internazionale del terrorismo è diviso: al Qaida festeggia, Isis minimizza.
In Italia, poi, si agitano, insieme alla deprecazione per l'ideologia e per la prassi dei vincitori, tanto tesi pacifisti…
Che la vittoria dei Talebani sia una sciagura per il popolo afghano - e particolarmente per i collaborazionisti, le donne, gli intellettuali, i giornalisti - è uno dei pochi punti fermi di una vicenda segnata da molteplici divisioni, da innumerevoli contrapposizioni, e da qualche contraddizione. Vi è anzitutto una dimensione geopolitica: l'Afghanistan ha importanti ricchezze (papavero, terre rare) ma soprattutto è un crocevia al quale sono interessate almeno Russia, Cina, India, Pakistan. Il vuoto lasciato dagli Usa non resterà tale a lungo, e si colmerà di conflitti. I Talebani dovranno inoltre scontare oltre alle divisioni interne fra pragmatici e radicali anche la possibile opposizione dei signori della guerra tribali. Perfino il fronte internazionale del terrorismo è diviso: al Qaida festeggia, Isis minimizza.
In Italia, poi, si agitano, insieme alla deprecazione per l'ideologia e per la prassi dei vincitori, tanto tesi pacifistiche e non-interventiste quanto convinzioni di una superiorità civile dell'Occidente che sfiorano toni da crociata, tanto promesse di accoglienza per i profughi quanto posizioni anti-talebane che sconfinano nell'islamofobia. Ma se, anziché dividersi in opposte tifoserie o arrendersi alla complessità della vicenda e cercare di dimenticarsene, si vuole cercare qualche seme di senso nel grande caos afghano, si può sottolineare che questo è frutto, tra l'altro, di tre idee errate.
La prima è che si possa fare una guerra senza porsi la domanda su quali siano il suo fine e la sua fine, e senza darsi fini compatibili con lo strumento bellico. L'avventura afghana inizia come comprensibile reazione americana all'attacco terroristico dell'11 settembre, facilitato dai Talebani (ai cui iniziali successi gli Usa non furono però estranei), e si prolunga come guerra di civiltà, come esportazione della democrazia occidentale. A una logica politica determinata si è aggiunta una finalità indeterminata. La guerra contro il gruppo dirigente di uno Stato si è trasformata in una crociata umanitaria, e in uno sforzo di nation building: la finalità dell'intervento è divenuta irriconoscibile, e anche per questo l'universalismo armato è stato alla lunga sconfitto.
La seconda idea sbagliata è che la democrazia sia un set di valori, e quindi un prodotto d'esportazione, e non l'esito politico di un processo storico e sociale complesso e conflittuale, di cui sono protagoniste le forze interne di un popolo. Il paragone con la sconfitta militare della Germania nazista - idea guida della politica americana - è errato: lì esisteva una società civile complessa, una ricca tradizione politica liberale, cristiana, democratica e socialista, a cui i vincitori hanno potuto affidare la ricostruzione civile del Paese. Nulla del genere vale per l'Afghanistan.
Infine, è sbagliata l'idea che l'Occidente sia, oltre che una civiltà, anche un soggetto politico unitario dotato di capacità analitica e strategica univoca, e che sia suo dovere combattere i nemici della "società aperta" ovunque nel mondo. Vi era nella coalizione presente in Afghanistan una pluralità di soggetti - di dimensioni e di potenza disparatissime - , che si sono dati finalità e regole d'ingaggio non convergenti. E proprio questa pluralità rende impossibile anche l'esercizio nel mondo del ruolo di "poliziotti" o di difensori dei diritti umani: ciascuno Stato occidentale (per non parlare degli altri) ha i suoi interessi, e chiude gli occhi su molte magagne dei suoi alleati.
Da questi punti di vista, si può dire che in Afghanistan non è stata sconfitta la democrazia; è stata sconfitta una politica che aveva finalità moralmente lodevoli ma artificiose. E quella sconfitta nasce forse più da ignoranza di noi stessi - della nostra storia, delle dinamiche politiche di lungo periodo da cui deriviamo - che da ignoranza dell'Altro. Ovvero nasce da un'insicurezza di fatto - la sfida terroristica - a cui si è risposto con un eccesso di sicurezza nei nostri modelli di civiltà, e al tempo stesso con incertezze strategiche e operative.
Certo, ora, nell'emergenza, si deve cercare di salvare il salvabile in Afghanistan - pressioni diplomatiche e corridoi umanitari sono gli strumenti privilegiati - . Ma il grosso del lavoro deve essere fatto sulle élites politiche democratiche occidentali e particolarmente europee - di una presenza internazionale della Ue non si lamenterà mai abbastanza l'assenza - : che dovranno essere formate, più profondamente di quanto ora avvenga, sul realismo storico-politico, perché sappiano adeguare responsabilmente mezzi e fini delle loro azioni. E perché sappiano correggere non troppo tardivamente i propri errori. Che, in politica, costano cari.