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Afghanistan, ora la parola a russi e cinesi

(ansa)

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Gli esiti del G7
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Al termine di un vertice che restò memorabile solo per la cena di gala officiata dal padre di tutti gli chef stellati, Paul Bocuse, nella sua maison alle porte di Lione, l'allora presidente francese Jacques Chirac ammise pubblicamente che la formula del G7, anche allargata a G8 (Boris Eltsin era stato invitato solo per il caffè), non era più adeguata ai tempi e ai problemi di un mondo sempre più globalizzato. Era il 1996. Tre anni dopo, proprio al tramonto del secolo, nacque il G20.


Era dunque poco realistico sperare che il vecchio club delle "più grandi democrazie a economia di mercato" (questa era la formula del G7 inventato nel 1975 a Rambouillet) potesse trovare una soluzione al rompicapo dell'Afghanistan. Poteva, e doveva, soprattutto servire a lavare un po' di panni sporchi in famiglia, dopo le crepe che la vicenda afghana ha aperto tra i soci del club con il ritiro deciso unilateralmente da Biden e imposto agli alleati,…

Al termine di un vertice che restò memorabile solo per la cena di gala officiata dal padre di tutti gli chef stellati, Paul Bocuse, nella sua maison alle porte di Lione, l'allora presidente francese Jacques Chirac ammise pubblicamente che la formula del G7, anche allargata a G8 (Boris Eltsin era stato invitato solo per il caffè), non era più adeguata ai tempi e ai problemi di un mondo sempre più globalizzato. Era il 1996. Tre anni dopo, proprio al tramonto del secolo, nacque il G20.


Era dunque poco realistico sperare che il vecchio club delle "più grandi democrazie a economia di mercato" (questa era la formula del G7 inventato nel 1975 a Rambouillet) potesse trovare una soluzione al rompicapo dell'Afghanistan. Poteva, e doveva, soprattutto servire a lavare un po' di panni sporchi in famiglia, dopo le crepe che la vicenda afghana ha aperto tra i soci del club con il ritiro deciso unilateralmente da Biden e imposto agli alleati, sfociato in un dramma che ha fatto impallidire il ricordo della caotica fuga da Saigon del 1975. Ed è già risultato che sia stato trovato un accordo sulla data del ritiro e su una road map coordinata.


Il fatto che il vertice sia stato preceduto dalla fuga di notizie sull'incontro segreto del direttore della Cia William Burns con il mullah Abdul Ghani Baradar, cofondatore dei talebani, non ha certo giovato a creare un'atmosfera di fiducia e di distensione tra gli alleati. Perché è suonata come una conferma che la Casa Bianca procede per la sua strada senza coordinarsi con gli altri e che pensa prima di tutto a estricare gli americani dall'Afghanistan senza rimetterci troppo in termini di costi umani e di immagine interna. Come è stato ironicamente osservato quella di Biden è una nuova versione dell'America First di Trump; la differenza è che ora gli interpreti (tra cui lo stesso William Burns) parlano il francese, perché hanno una formazione internazionale.


Ma anche se il G7 avesse trovato una magica formula politico-diplomatica, al di là degli scontati appelli a rispettare i diritti umani e quelli delle donne, per uscire dall'incubo afghano in cui è precipitato l'Occidente, sarebbe comunque necessario che questa formula - o anche la stessa road map - trovasse una sponda a Oriente e non solo nel Consiglio di sicurezza dell'Onu, le cui risoluzioni sono state troppe volte lettera morta. Occorre cioè che ci sia una fattiva cooperazione da parte di Russia e Cina (che del Consiglio di sicurezza sono membri permanenti insieme a Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna), oltre che del Pakistan, grande maestro di cerimonia in Afghanistan. Per questo l'idea italiana di un G20 straordinario, allargato appunto al Pakistan, che anticipi quello ordinario previsto per fine ottobre, è tanto valida nella teoria quanto difficile da mettere in pratica. E non solo per motivi tecnici e logistici.


La Russia e la Cina hanno tutto da guadagnare e ben poco da perdere dal ritorno dei talebani a Kabul (e il Pakistan ha tutto l'interesse a continuare a mestare nel torbido come ha sempre fatto). Tanto è che hanno mantenuto operative le rispettive ambasciate, ficcandosi nel vuoto lasciato dal ritiro occidentale. Nonostante il pessimo ricordo che dell'intervento sovietico hanno gli afghani e nonostante il trattamento che Pechino riserva ai musulmani uiguri, i talebani non possono non vedere come appetibili le sponde cinesi e russe. Più la prima della seconda, certamente. L'Afghanistan è l'unico tassello mancante nell'area alla Belt and Road Initiative (la "via della seta" cinese), che la Cina lanciò nel 2013 dal Kazakhistan.


Inoltre quale motivo avrebbero Putin e Xi Jinping di levare le castagne dal fuoco a chi li taccia come "imperi del male"? Ancora la settimana scorsa gli inglesi e gli americani hanno emesso nuove sanzioni contro sette alti dirigenti russi (tra cui i capi di due sezioni del Fsb, l'ex Kgb, coinvolti nell'avvelenamento di Navalny), alzando nuovamente il tiro contro Putin. Mentre Biden non ha spostato di un millimetro la linea di Trump sulla Cina, dalle tariffe commerciali al 5G, definendola in termini geostrategici come il vero rivale degli Stati Uniti.


Dunque la palla resta nel campo occidentale e gira sul chiarimento definitivo dei rapporti tra alleati, essendo ormai chiaro che la luna di miele di Biden è ampiamente finita. Il presidente ha detto e ripetuto che America is back. Ma, ancor più alla luce di quello che è successo con l'Afghanistan, non ha mai davvero chiarito che cosa vuol dire. Come ha notato Edward Luce, uno dei più fini analisti della Casa Bianca e dintorni, vista dall'America la differenza con Trump è abissale. Ma "più ci si allontana dalle sue coste, più questa differenza diminuisce". Perciò gli alleati non sanno che cosa significa il refrain di Biden. Il problema, nota Luce, è che non lo sa nemmeno l'America. Chissà se il G7 ha dato risposte.