Monica Contrafatto, caporale dei bersaglieri, è stata ferita gravemente in Afghanistan: "A parte la gamba, lì ci ho lasciato anche il cuore, di quel posto mi sono innamorata. Della gente, dei bambini: se potessi ne adotterei anche uno". Luca Barisonzi, caporale degli alpini, è rimasto paralizzato da due proiettili sparati a bruciapelo: "Vedere i bambini salutarci, sorridere, giocare, divertirsi anche solo nel guardarci mi riempiva il cuore. Loro erano lo scopo della mia missione. Ero partito per loro". Queste frasi non nascono dalla retorica buonista degli "italiani brava gente": come tanti dei cinquantamila militari che il nostro Paese ha mandato in Afghanistan nel corso di vent'anni, Monica e Luca hanno combattuto armi alla mano, affrontando battaglie feroci e poco raccontate. Non dimenticano però il motivo per cui sono andati lì e per cui hanno pagato un prezzo così alto: aiutare quelle persone a vivere meg…
Monica Contrafatto, caporale dei bersaglieri, è stata ferita gravemente in Afghanistan: "A parte la gamba, lì ci ho lasciato anche il cuore, di quel posto mi sono innamorata. Della gente, dei bambini: se potessi ne adotterei anche uno". Luca Barisonzi, caporale degli alpini, è rimasto paralizzato da due proiettili sparati a bruciapelo: "Vedere i bambini salutarci, sorridere, giocare, divertirsi anche solo nel guardarci mi riempiva il cuore. Loro erano lo scopo della mia missione. Ero partito per loro". Queste frasi non nascono dalla retorica buonista degli "italiani brava gente": come tanti dei cinquantamila militari che il nostro Paese ha mandato in Afghanistan nel corso di vent'anni, Monica e Luca hanno combattuto armi alla mano, affrontando battaglie feroci e poco raccontate. Non dimenticano però il motivo per cui sono andati lì e per cui hanno pagato un prezzo così alto: aiutare quelle persone a vivere meglio.
Tutti i reduci ti parlano dei pattugliamenti nei villaggi, dove sotto la loro protezione sono state aperte scuole, ambulatori, laboratori, pozzi, campi di calcio: l'attività più rischiosa, perché obbligava a esporsi agli agguati dei talebani, ma anche quella che li rendeva consapevoli del significato del loro compito. E orgogliosi di quello che stavano realizzando, delle ragazze che potevano studiare, dei giovani che creavano imprese e negozi, dei terreni che ricominciavano a venire irrigati, della musica che a Herat era tornata a invadere i vicoli. Per oltre un decennio l'intera città ha vissuto una stagione felice, come non avveniva da prima dell'occupazione sovietica.
Oggi quei cinquantamila non si sentono sconfitti. Come ha detto il ministro Lorenzo Guerini davanti alla Camere: "I militari italiani escono a testa alta dall'impegno in Afghanistan". Tutte le forze armate sono state coinvolte, misurandosi con condizioni estreme. Nell'autunno 2001, poche settimane dopo le stragi dell'11 settembre, furono i caccia della Marina decollati dalla portaerei Garibaldi a compiere i primi raid sulle roccaforti di Al Qaeda: li guidava un ufficiale pilota, Giuseppe Cavo Dragone, che adesso comanda l'intera Marina. Poi dal 2003 c'è stato l'intervento crescente dell'Esercito, che ha visto schierare praticamente tutte le brigate: abbiamo garantito la sicurezza nella regione sud-occidentale, vasta quanto l'Italia del Nord, quella dove più florida è stata la rinascita. Nel 2010 e nel 2011 cinquemila uomini e donne sotto bandiera tricolore hanno affrontato sul campo i talebani, costringendoli alla fuga. La Task Force 45 composta da incursori del Col Moschin, Comsubin, Gis e del 17° Stormo fino all'ultimo ha dato la caccia ai terroristi, catturando o uccidendo i capi delle formazioni e gli artificieri che confezionavano le trappole esplosive.
In una nazione senza mare e senza strade moderne, l'Aeronautica ha dovuto trasportare dal cielo tutti i rifornimenti. Ha dimostrato le sua capacità nel ponte aereo finale, organizzato senza preavviso nella settimana di Ferragosto: i cargo hanno realizzato un lavoro eccezionale, mettendo in salvo quasi cinquemila persone: connazionali, collaboratori afghani con le loro famiglie, bambini disabili. E si continuerà a fare l'impossibile per soccorrere gli afghani che ci hanno aiutato e che sono rimasti bloccati lontano dalla capitale. Abbiamo mostrato il volto migliore del Paese, con tutte le istituzioni impegnate per un obiettivo comune mettendo insieme efficienza e umanità, come testimoniano le foto del console Tommaso Claudi.
Gli italiani non volevano andare via. Il ministro Guerini lo ha ribadito più volte nei vertici della Nato: "Prima di lasciare, bisogna verificare che i talebani rispettino gli accordi". Altri governi europei erano sulla stessa linea. Non è stato così, perché l'Ue non è in grado di esprimere un'alternativa militare agli Stati Uniti. E questo è uno degli aspetti della disfatta afghana su cui è necessario riflettere. Ma gli uomini e le donne che sono stati laggiù restano convinti che fosse la cosa giusta da fare. Le perdite non sono mancate: abbiamo contato 54 caduti e 700 feriti; molti dei quali segnati per sempre nel corpo, non nello spirito. "Noi cerchiamo di portare la pace dove regna incontrastata la guerra, ma non è facile - ha scritto il caporale Luca Barisonzi, paralizzato a vent'anni e che ha visto morire il suo compagno Luca Sanna - . Non è facile dall'esterno comprendere perché siamo lì. Ma ripensare al bambino che mi ha portato l'acqua e ha sorriso per i biscotti, mi fa capire che il nostro è un duro mestiere ma va fatto. Ho dato tanto in Afghanistan e ho lasciato tanto. Un domani, se potessi recuperare abbastanza da poterci tornare, sì tornerei".