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La politica e il Meeting di Cl a Rimini: uniti sul palco, divisi nel governo

Ettore Rosato, Giuseppe Conte, Antonio Tajani, Enrico Letta, Matteo Salvini, Maurizio Lupi e Giorgia Meloni al Meeting di Cl a Rimini (fotogramma)
Ai partiti che ora simulano l'unità nazionale manca persino la voglia, oltre che la capacità, di approfittare di quest'ultima irripetibile occasione per riscrivere insieme le regole del gioco e rifondare l'edificio della democrazia italiana
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C'è stato un momento del Meeting di Comunione e liberazione appena concluso nel quale la storica forza centripeta dell'evento ha toccato forse il suo apice: Enrico Letta, Matteo Salvini, Giuseppe Conte, Giorgia Meloni, Antonio Tajani, tutti i leader dei principali partiti o facenti funzione riuniti su un unico palco e tutti, tranne Meloni ovviamente, accomunati dal sostegno al governo in carica. Dialogo, toni felpati, reciproci e sportivi applausi.

 

Una scena che ai più ottimisti è sembrato il momento simbolico di massima distensione della politica nazionale, e proprio nel luogo che più a lungo ne ha incubato il desiderio, il trionfo dell'annoso "metodo Meeting" come lo ha definito su Repubblica Francesco Merlo. Ai più scettici ha ricordato invece quel vecchio sketch anni Novanta nel quale Corrado Guzzanti magnificava le sorti della rivoluzione Internet ipotizzando la possibilità di chattare persino con gli aborig…

C'è stato un momento del Meeting di Comunione e liberazione appena concluso nel quale la storica forza centripeta dell'evento ha toccato forse il suo apice: Enrico Letta, Matteo Salvini, Giuseppe Conte, Giorgia Meloni, Antonio Tajani, tutti i leader dei principali partiti o facenti funzione riuniti su un unico palco e tutti, tranne Meloni ovviamente, accomunati dal sostegno al governo in carica. Dialogo, toni felpati, reciproci e sportivi applausi.

 

Una scena che ai più ottimisti è sembrato il momento simbolico di massima distensione della politica nazionale, e proprio nel luogo che più a lungo ne ha incubato il desiderio, il trionfo dell'annoso "metodo Meeting" come lo ha definito su Repubblica Francesco Merlo. Ai più scettici ha ricordato invece quel vecchio sketch anni Novanta nel quale Corrado Guzzanti magnificava le sorti della rivoluzione Internet ipotizzando la possibilità di chattare persino con gli aborigeni dell'Oceania, salvo chiosare: "Sì ma, aborigeno, ma alla fine io e te che dobbiamo dirci?". Cosa hanno da dirsi i nostri leader di partito? Senza un terreno comune di discussione, l'unico esito è il fascino esotico del contatto.

 

Il problema è evidente, perché il clima rilassato di Rimini non ha impedito di verificare, qualora ce ne fosse stato bisogno, che ciascuna delle forze che concorrono al governo Draghi continua ad avere un'agenda diversa e che nemmeno a riunire quelle di chi in teoria è alleato in coalizione, Pd e M5S da una parte e Lega, Fratelli d'Italia e Forza Italia dall'altra, si ottengono due punti vista coesi, chiari e alternativi.


Per anni si è detto e scritto che il problema della politica italiana fosse il bipolarismo muscolare, la guerra permanente tra i poli, la carenza di spirito bipartisan. Poi, da un certo punto in avanti, hanno cominciato a succedersi esecutivi fondati su grandi coalizioni destra-sinistra (Monti e Letta), formule di centrosinistra allargato a destra (Renzi-Alfano-Verdini), governi tra avversari elettorali (Conte-Di Maio-Salvini) e governi tra ex nemici giurati (Conte-Di Maio-Zingaretti), fino alla tappa attuale, una maggioranza larghissima. Tutto è mancato, insomma, tranne la trasversalità e la contaminazione: se fosse stata vera l'analisi di partenza, l'Italia avrebbe dovuto conoscere una primavera politica straordinaria, essendo l'unico Paese al mondo dove negli ultimi dieci anni tutti hanno governato con tutti (manca solo il binomio M5S-FdI, ma tempo al tempo).


Con il governo Draghi quel disarmo vagheggiato per anni - la convergenza repubblicana, il taglio delle estreme - si è insieme realizzato nella sua forma più larga ed estinto definitivamente. Dopo il rovinoso fallimento di tutti gli esperimenti bipartisan citati, il governo di tutti sta in piedi solo perché a Palazzo Chigi c'è un signore di nome Mario Draghi. Senza Draghi, non sarebbe mai nato. Senza Draghi, non reggerebbe un secondo di più. Ciò che è peggio, pensando al dopo Draghi, mancano le condizioni minime per il ripristino di una decente democrazia dell'alternanza, anche muscolare, anche litigiosa, anche partigiana, purché fondata su partiti in salute, programmi e alleanze chiari, unità di intenti nella maggioranza.

 

Ai partiti che ora simulano l'unità nazionale manca persino la voglia, oltre che la capacità, di approfittare di quest'ultima irripetibile occasione per riscrivere insieme le regole del gioco e rifondare l'edificio della democrazia italiana: forma di governo, ruolo delle Camere, legge elettorale. Una priorità che sicuramente non è in cima alle discussioni dell'ora di cena in casa degli italiani, ma dovrebbe esserlo nella testa delle forze politiche se avessero la minima consapevolezza e responsabilità. Non ce l'hanno e l'oasi di Rimini è solo un miraggio nel deserto. Sarebbe bello, invece, se in futuro i leader potessero tornare a sperimentare le piacevolezze del metodo Meeting dopo essersi divisi nel resto dell'anno in una maggioranza credibile e una opposizione seria. Quello sì sarebbe un bel momento per i loro partiti e, soprattutto, per gli elettori.