È presto per trarre con certezza le conseguenze, ma il terribile attentato di Kabul avrà probabilmente l'effetto di accelerare una difficile, ambigua, ma ormai evidente tacita alleanza tra americani e talebani. Il pragmatico avvicinamento delle due parti è iniziato da tempo, sotto Obama con una diplomazia sotto traccia, poi con incontri più ufficiali a Doha sotto Trump.
Al netto della orribile implementazione del ritiro dal Paese, Biden ha semplicemente continuato la policy dei suoi predecessori, che si basa su due assunti.
Il primo è la ferma volontà di Washington di portare la propria presenza nel Medio Oriente al minimo indispensabile per salvaguardare interessi fondamentali (concetti poi difficili da identificare in pratica). Il consenso sulla questione, anche se dettato da motivazioni diverse (riposizionamento in ottica anti-cinese, meno interesse nel petrolio, constatata impossibilità di creare democrazie nella regi…
È presto per trarre con certezza le conseguenze, ma il terribile attentato di Kabul avrà probabilmente l'effetto di accelerare una difficile, ambigua, ma ormai evidente tacita alleanza tra americani e talebani. Il pragmatico avvicinamento delle due parti è iniziato da tempo, sotto Obama con una diplomazia sotto traccia, poi con incontri più ufficiali a Doha sotto Trump.
Al netto della orribile implementazione del ritiro dal Paese, Biden ha semplicemente continuato la policy dei suoi predecessori, che si basa su due assunti.
Il primo è la ferma volontà di Washington di portare la propria presenza nel Medio Oriente al minimo indispensabile per salvaguardare interessi fondamentali (concetti poi difficili da identificare in pratica). Il consenso sulla questione, anche se dettato da motivazioni diverse (riposizionamento in ottica anti-cinese, meno interesse nel petrolio, constatata impossibilità di creare democrazie nella regione), è bipartisan.
Il secondo assunto, non certo formulato come policy ufficiale e a volte negato con imbarazzo, è quello che postula che, in sostanza, esistano jihadisti estremisti e jihadisti moderati e che l'America possa "fare affari" con i secondi.
Secondo questa visione, lo Stato Islamico rappresenterebbe il grande problema, un gruppo ossessivamente intento a compiere attacchi contro l'Occidente e con il quale è impossibile trattare. Chiunque combatta il gruppo in una regione in cui non si vuole più sacrificare vite americane e dollari è pertanto visto come un utile alleato, indipendentemente da quali possano essere ideologia e scopi ultimi. E così, in funzione anti-Stato Islamico, gli americani si sono trovati a coordinarsi/supportare (le sfumature sono discutibili) nemici giurati come le milizie sciite pro Iran in Iraq e gruppi legati ad Al Qaeda in Siria.
Ma esiste un jihadismo moderato con il quale possiamo negoziare? Pochi a Washington hanno il coraggio di dirlo apertamente, ma alcuni ritengono che Biden stia compiendo una mossa di lungimirante realpolitik affidandosi a chi, pur rimanendo ostile all'America e violando sistematicamente i diritti umani, non costituisce una minaccia per l'Occidente, anzi combatte chi come lo Stato Islamico lo è. Qualche condanna di rito sugli abusi delle donne, una mezza sanzione e, alla fin fine, si lascia un Paese che poco importa all'elettore americano in una situazione accettabile.
Vi è però l'opinione opposta, che pensa che non esista un jihadismo moderato ed uno estremista, ma solo uno paziente e uno impetuoso. I talebani ed i gruppi della galassia qaedista hanno capito che gli americani temono e attaccano solo chi li attacca - ben vengano quindi, dal loro punto di vista, gli attacchi come quello dell'aeroporto di Kabul, che li fanno sembrare, rispetto allo Stato Islamico, forze moderate e perfino utili in chiave antiterrorismo (non sfugga al lettore il paradosso dei talebani come forza antiterrorismo).
Ma questo pragmatismo talebano è solo volto a sfruttare la voglia disperata degli americani di lasciare la regione e consolidare così il proprio potere in Afghanistan. E se nel breve questo approccio può anche portare alcuni vantaggi per Washington, non ci vorrà molto prima che talebani e qaedisti facciano quello che è nel loro Dna ideologico: destabilizzare la regione ed esportare il terrorismo in Occidente.
Difficile per i politici occidentali, perennemente preoccupati da cicli mediatici ed elettorali ininterrotti, non rifugiarsi in comode soluzioni di breve termine ed invece pensare alle implicazioni di lungo periodo. Fondamentale però farlo quando ci si confronta con un movimento che ha una concezione totalmente diversa del tempo e che vede la propria battaglia come parte di una lotta millenaria.
Lorenzo Vidino è il direttore del Programma sull'Estremismo presso la George Washington University