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Covid, la rassegnazione del coraggio

(eikon)
Come usciremo dalla pandemia
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Con la campagna vaccinale ormai in uno stadio avanzato, iniziamo a intravedere il mondo post-pandemia. Non sarà, purtroppo, un mondo senza Covid: come già scrissi su La Repubblica in aprile, Covid-19 è destinato a rimanere uno sgradevole compagno delle nostre vite. Eppure, la storia ci insegna che dalle pandemie si esce, e si è sempre usciti. Ma come? Purtroppo, i casi in cui è stato possibile liberarsi interamente di un patogeno pericoloso sono piuttosto rari. Il migliore esempio è forse quello del colera, la grande “malattia nuova” dell’Ottocento. L’Italia ne fu colpita per la prima volta nel 1835, subendo oltre 150.000 vittime, ma si trattava solo della prima di una serie di pandemie di colera che investirono l’Occidente. Nel corso del secolo, in Italia morirono per colera almeno mezzo milione di persone, probabilmente molte di più. Il colera, però, aveva un punto debole: richiedeva un contesto abbastanza specifico per diffondersi, nel quale fosse possibile la contaminazione delle acque potabili. Una volta compresa la natura dell’infezione, i Paesi occidentali avviarono grandi campagne di bonifica dell’ambiente urbano, migliorando radicalmente i sistemi fognari e la qualità delle acque. Salvo qualche episodio minore, all’inizio del Novecento il colera era stato sostanzialmente debellato, almeno in Occidente.


In altri casi non fummo tanto fortunati. Ad esempio con la peste, dopo la prima terribile pandemia del 1347-1352 gli Europei si resero presto conto che la nuova malattia era destinata a rimanere: a intervalli regolari si svilupparono nuove epidemie, talvolta con effetti devastanti. Ad esempio, la peste del 1630 causò circa due milioni di morti solo nel Nord Italia. Pensando a scenari di questo tipo, viene da chiedersi come i nostri antenati abbiano potuto affrontare un mondo tanto ostile. La risposta è sostanzialmente che si adattarono, come fanno tutte le specie che si trovano di fronte a un mutamento del proprio ambiente biologico. Ma siccome gli uomini sono uomini, l’adattamento fu anche istituzionale e investì numerosi ambiti, tra i quali la sanità pubblica. Furono introdotte innovazioni come la quarantena, gli ospedali d’isolamento, le commissioni di sanità permanenti, che sono all’origine di molte delle pratiche e delle istituzioni di contrasto alle malattie infettive che ancora utilizziamo e che probabilmente contribuirono, dalla fine del Seicento, alla sparizione della peste come malattia endemica dall’Europa.

 

Come la peste, così il Covid-19 ha determinato un mutamento nel nostro ambiente biologico. Nessuno può dire esattamente quale futuro ci aspetta, anche perché dipende da mutazioni sostanzialmente imprevedibili del patogeno (e qui la storia insegna che non vi è alcuna ragione di ritenere che tali mutazioni andranno verso una minore letalità). Volenti o nolenti, almeno per qualche anno dovremo rassegnarci a vivere in un mondo diventato un po’ più ostile di come lo ricordavamo. Vi sono però due tipi di rassegnazione: la rassegnazione dell’inerzia, e quella del coraggio. Contro la peste, i nostri antenati furono inizialmente tentati dalla prima – la peste vista come castigo divino, o la disperata spensieratezza dei personaggi del Boccaccio – e poi scelsero decisamente la seconda. Il successo epocale conseguito nello sviluppo, produzione e somministrazione in tempi rapidissimi di vaccini altamente efficaci dimostra che siamo tutt’altro che passivi di fronte al nostro ambiente biologico. Forse abbiamo imparato la lezione, e negli anni a venire svilupperemo istituzioni e procedure più adatte a contrastare l’emergere di nuove minacce pandemiche. Ma il Covid-19 è ormai tra noi, e al momento la migliore arma che abbiamo sono i vaccini. Usiamoli: soprattutto se vogliamo che il mondo che ci aspetta non sia troppo diverso da quello precedente la pandemia.
guido.alfani@unibocconi.it