L'eroismo della volontà
di Maria Novella De Luca , di Maria Novella De LucaPoi arriva lei, Bebe Vio, a ricordarci che l'eroismo della volontà esiste, ed è un canto di speranza che travolge ogni barriera, fisica, mentale, spirituale. Se si può vincere una Paralimpiade a quattro mesi da una diagnosi fatale, con lo spettro di una nuova amputazione in un corpo già martoriato da quella meningite che la travolse da bambina, allora sì che dobbiamo sorridere tutti, nonostante i tempi bui, nonostante la notte della ragione che avvolge un pezzo di mondo.
Ha aspettato di vincere l'oro nella sua seconda Olimpiade prima di raccontarci che Tokyo non è stata soltanto la sua nuova, travolgente vittoria nel fioretto individuale, ma è oggi la sua rivincita contro la morte. Una infezione gravissima da stafilocco ad aprile scorso, mesi di cure nel silenzio più assoluto, il rischio che la beffa del destino le portasse via anche il braccio con cui tira di scherma, quella parte di braccio salvata alle amputazioni de…
Poi arriva lei, Bebe Vio, a ricordarci che l'eroismo della volontà esiste, ed è un canto di speranza che travolge ogni barriera, fisica, mentale, spirituale. Se si può vincere una Paralimpiade a quattro mesi da una diagnosi fatale, con lo spettro di una nuova amputazione in un corpo già martoriato da quella meningite che la travolse da bambina, allora sì che dobbiamo sorridere tutti, nonostante i tempi bui, nonostante la notte della ragione che avvolge un pezzo di mondo.
Ha aspettato di vincere l'oro nella sua seconda Olimpiade prima di raccontarci che Tokyo non è stata soltanto la sua nuova, travolgente vittoria nel fioretto individuale, ma è oggi la sua rivincita contro la morte. Una infezione gravissima da stafilocco ad aprile scorso, mesi di cure nel silenzio più assoluto, il rischio che la beffa del destino le portasse via anche il braccio con cui tira di scherma, quella parte di braccio salvata alle amputazioni della meningite. E c'era tutto lo stupore di avercela fatta, con una volontà indomita, nelle lacrime con cui ha mostrato la medaglia, sono viva, sono qui, ventiquattro anni e il tempo che sembra bruciarle addosso, addirittura la voglia di scherzare, raccontando che il suo ortopedico, che avrebbe dovuto amputarla, si chiama Accetta. La morte e la fanciulla è un lieder di Schubert, ma qui è la fanciulla che vince. Bebe Vio è il racconto della disabilità vissuta come condizione e non come condanna, questo, in realtà, è il messaggio delle Paralimpiadi.
Dovrebbe essere sempre così, spesso invece la disabilità è un recinto di solitudine e di sofferenza, nel chiuso delle famiglie, sole, solissime, basti pensare alla legge sul riconoscimento dei caregiver (madri, padri, fratelli, figli che senza tregua si prendono cura dei propri familiari più fragili) che nessun Parlamento finora ha voluto approvare. La disabilità in Italia è qualcosa di rimosso, provate a fare un giro spingendo una carrozzina, a salire su un autobus, su un treno, a chiedere di andare al bagno in un ristorante. Avere un handicap significa essere figli di un Dio minore, sembra un espressione è abusata, è l'espressione giusta.
Per questo Bebe che al recinto delle propria condizione non si è mai arresa è davvero la voce della speranza. Di chi dichiarando al mondo la propria fragilità, "stavo per morire, dovevano amputarmi di nuovo", ha dimostrato che si può essere fragili e forti insieme. Una vittoria della volontà e dello sport. E della scienza e della medicina. Perché Bebe la sua medaglia l'ha dedicata ai medici che l'hanno curata, la ragazza Vio che indossa Dior, presta la sua voce alla supereroina degli Incredibili è, soprattutto, testimonial del vaccino contro la meningite. Quanto è importante dunque, in giorni di estremismi no vax, di antiscientismo che dilaga sui social, il grazie di Bee Vio ai medici, alla ricerca, a quelle cure che le hanno permesso non solo di essere a Tokyo, di gareggiare e vincere ancora, ma semplicemente di esserci. Di aprire gli occhi e guardare il cielo. Di piangere di gioia. Viva, sana, felice.