L'urgenza e la dimensione di massa della tragedia afghana, la necessità di portare in salvo il maggior numero possibile di persone cui è venuta meno ogni speranza di vita e libertà nel proprio Paese, giustamente stanno sollecitando ad attivare corridoi umanitari e forme di accoglienza decorose, che rispettino non solo i bisogni più immediati e materiali, ma l'equilibrio psicologico e la speranza per il futuro. Si cercano soluzioni che non dividano le famiglie ed anzi aiutino a ricomporre quelle che non sono riuscite a fuggire insieme, che aprano percorsi di integrazione e all'inserimento nel mercato del lavoro. Si stanno mobilitando non solo le istituzioni pubbliche e le associazioni della società civile, ma anche singoli cittadini e famiglie.
L'assistere impotenti ad una tragedia collettiva resa visibile da tutti quei corpi ammassati dentro e fuori l'aeroporto di Kabul, la possibilità di identificarsi con quelle s…
L'urgenza e la dimensione di massa della tragedia afghana, la necessità di portare in salvo il maggior numero possibile di persone cui è venuta meno ogni speranza di vita e libertà nel proprio Paese, giustamente stanno sollecitando ad attivare corridoi umanitari e forme di accoglienza decorose, che rispettino non solo i bisogni più immediati e materiali, ma l'equilibrio psicologico e la speranza per il futuro. Si cercano soluzioni che non dividano le famiglie ed anzi aiutino a ricomporre quelle che non sono riuscite a fuggire insieme, che aprano percorsi di integrazione e all'inserimento nel mercato del lavoro. Si stanno mobilitando non solo le istituzioni pubbliche e le associazioni della società civile, ma anche singoli cittadini e famiglie.
L'assistere impotenti ad una tragedia collettiva resa visibile da tutti quei corpi ammassati dentro e fuori l'aeroporto di Kabul, la possibilità di identificarsi con quelle speranze spezzate perché sono quelle che avevano legittimato, nella narrazione pubblica (anche se non sempre nei fatti), la nostra presenza laggiù, hanno suscitato, anche se non in tutti, un senso di (cor)responsabilità di solito assente nei confronti dei molti che fuggono dai propri Paesi e cercano di entrare nel nostro con mezzi altrettanto, se non più pericolosi e spesso distribuiti in un tempo più lungo e in uno spazio più ampio dell'imbuto in cui si sono decisi i destini dei sommersi e salvati di Kabul. Occorre tuttavia evitare che si cristallizzi un doppio registro, e una doppia narrazione, su chi, costretto a fuggire dal proprio Paese chiede asilo e protezione a noi, a seconda della visibilità della tragedia che lo ha travolto e del modo e di chi lo ha salvato.
Come ha scritto Cecilia Strada qualche giorno fa, mentre si è fatto del console Claudi un eroe, si continua a criminalizzare chi salva in mare. E mentre si sono accolti con affetto e attenzione i rifugiati afghani che sono arrivati a Fiumicino con voli organizzati dallo Stato, si continuano a ignorare i disperati (inclusi i bambini) che si accalcano alle varie frontiere europee, cui presto si aggiungeranno gli afghani che non ce l'hanno fatta a farsi salvare dalle potenze occidentali. Proprio mentre atterrava a Fiumicino l'ultimo volo con l'ultimo gruppo di afghani "salvati", a Lampedusa vi sono stati 11 sbarchi per un totale di 900 migranti provenienti, spesso dopo viaggi di molti mesi, da Paesi diversi, ma tutti coinvolti da guerre civili e/o violenze etnico-religiose o da carestie e crisi sanitarie che mettono a rischio la sopravvivenza. Molti hanno subito violenze di cui portano i segni sui loro corpi. Anche loro chiedono di essere salvati, anche il loro diritto alla vita e alla libertà deve starci a cuore.
Non possiamo accogliere tutti i disperati della terra. Ma, almeno per chi fugge per salvarsi la vita e la libertà, non dovremmo utilizzare due pesi e due misure, pena cadere nella incoerenza denunciata da Mattarella. Se siamo riusciti in modo efficiente e umano a organizzare un corridoio umanitario per trasportare - in condizioni di emergenza e di pericolo anche personale - migliaia di persone in pochi giorni, dovremmo essere capaci di farlo, in modo più sistematico, continuativo e coordinato con altri Paesi, oltre che in condizioni di maggiore sicurezza, anche per altri luoghi, altre persone in fuga.