✕

L'onore dell'America

(ansa)
Una storia afghana di cui si è parlato poco
3 minuti di lettura

È una storia straordinaria. Ha permesso di mettere in salvo non solo centinaia di afghani, ma un po' dei principi e dell'onore americani. E la stampa ne ha parlato poco. Quindi, eccola qui. Non ho tutte le tessere del puzzle. Ma c'è, sul New York Times, un racconto di Elliot Ackerman - reduce dell'Afghanistan e pluridecorato, giornalista e scrittore. C'è un avvincente articolo sul sito della Abc News, e io stesso, durante conversazioni telefoniche che ho promesso di tenere anonime, ho raccolto qualche informazione dagli Stati Uniti e dall'Afghanistan.


Tutto ha inizio con una manciata di reduci che, da aprile, hanno dato l'allarme sulla sorte di traduttori, intermediari e altri compagni d'armi afghani che avrebbero rischiato la morte se Joe Biden avesse messo in atto il piano di Donald Trump. Il timore si accresce sino a quando, verso la metà dell'estate - come ha spiegato il tenente colonnello in pensione Russell Worth …

È una storia straordinaria. Ha permesso di mettere in salvo non solo centinaia di afghani, ma un po' dei principi e dell'onore americani. E la stampa ne ha parlato poco. Quindi, eccola qui. Non ho tutte le tessere del puzzle. Ma c'è, sul New York Times, un racconto di Elliot Ackerman - reduce dell'Afghanistan e pluridecorato, giornalista e scrittore. C'è un avvincente articolo sul sito della Abc News, e io stesso, durante conversazioni telefoniche che ho promesso di tenere anonime, ho raccolto qualche informazione dagli Stati Uniti e dall'Afghanistan.


Tutto ha inizio con una manciata di reduci che, da aprile, hanno dato l'allarme sulla sorte di traduttori, intermediari e altri compagni d'armi afghani che avrebbero rischiato la morte se Joe Biden avesse messo in atto il piano di Donald Trump. Il timore si accresce sino a quando, verso la metà dell'estate - come ha spiegato il tenente colonnello in pensione Russell Worth Parker alla Abc News - ci si rende conto che l'inconcepibile si sta avverando e elementi afghani delle forze speciali saranno consegnati al nemico. Si supplica il presidente di rinunciare alla scadenza del 31 agosto. Si spiega che la logica, non solo umanitaria ma militare, vorrebbe che si iniziasse con l'esfiltrare. C'è chi interpella il proprio senatore o rappresentante al Congresso, che in alcuni casi è a sua volta un reduce. Due deputati coraggiosi - il repubblicano Peter Meijer, del Michigan, e il democratico Seth Moulton, del Massachusetts - vanno e tornano da Kabul nel più assoluto segreto. E davanti al caos che regna sulle piste dell'aeroporto Hamid Karzai, di fronte a questo fallimento annunciato senza precedenti nella storia militare americana, il gruppo si organizza. Dagli Stati Uniti si stabilisce un contatto con gli afghani rimasti in trappola. Viene messa in piedi una rete di nascondigli con percorsi segreti e case-rifugio. Vengono organizzati dei gruppi su WhatsApp e Telegram. Vengono mandate informazioni a memoria, e quando la memoria fa cilecca, si ricorre a Google. I più temerari di questi reduci si recano di persona per Kabul in cerca dei loro compagni afghani in pericolo, sotto il naso dei talebani. Le missioni si compiono nottetempo. La principale ha inizio la notte tra il 15 e il 16 agosto, pochi minuti prima dell'attentato suicida che costerà la vita a 13 soldati americani e ad almeno 170 civili afghani. Talvolta si svolgono con elementi dell'esercito americano che non ne possono più di vedere i loro ausiliari giungere a 20 metri dai cancelli senza ricevere l'autorizzazione a varcarli.


Il più delle volte i reduci partono da soli, come nel caso dell'ex tenente colonnello dei Berretti verdi Scott Mann, che si è messo alla ricerca di un fratello d'armi dei Navy Seals bloccato in un quartiere preso d'assalto da uno squadrone di talebani particolarmente bellicosi. Nei messaggi in codice da una chat all'altra, gli afghani sono passengers. I volontari americani venuti a salvarli sono conductors. E sono a loro volta guidati da remoto, dalla zona dell'aeroporto, dagli shepherds. I quali si fidano di un manipolo di engineers che coordinano l'operazione da un quartier generale improvvisato. Il filo a volte sembra interrompersi, e si diffonde la voce che un talebano abbia scoperto il candidato all'esilio e lo abbia ridotto al silenzio. La comunicazione riprende all'improvviso, e sul telefono del conductor torna una luce verde.
Sul telefono del passenger, tra le tenebre della città, appare in risposta un ananas su sfondo rosa: un emoticon in codice. E l'immagine Gps di un itinerario sicuro. Viene guidato. Viene perso. Viene ritrovato. Viene reindirizzato. Gli si va incontro, cercando di riconoscerlo tra la folla di volti smarriti e in difficoltà. Ed eccolo alla fine davanti ad Abbey Gate, munito della preziosa parola d'ordine che occorre sussurrare al sergente maggiore per passare.

 
So quanto questa storia possa sembrare a doppio taglio. E non è mai un bene, in democrazia, che militari in pensione riprendano servizio di testa propria. Ma se non si fosse fatto così ci sarebbe stato l'orrore, amici e alleati sarebbero stati linciati. O si compiva questa operazione attenta, scrupolosa o si sarebbe andati incontro a un disonore definitivo. L'America di oggi è questa Saigon auto inflitta, questa Dunkerque fallita, questa umiliazione. Ma sono anche i momenti di fraternità nei quali ci si domanda se ci si trova in un film di Kathryn Bigelow, in una serie sui Navy Seals o nell'intimità di Jason Bourne di Robert Ludlum. Ma no! È la vita vera! A decidere, in coscienza, di non lasciare che oscurantismo e crimine avessero la meglio sono stati degli eroi di tutti i giorni. Eroi che hanno dato un significato più puro alle parole "empatia" e "servizio", quelle della grande tribù americana. E che ricordano al mondo che questo strano Paese senza nome, gli Stati Uniti d'America, resta una nazione eccezionale, fedele alla propria idea, e la cui fiamma non si spegne mai del tutto.
 
Traduzione di Marzia Porta