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La differenza tra Scienza e Tecnologia è semplice. Il verbo della Scienza è provare, quello della Tecnologia credere, nella misura in cui tutti siamo abituati all'esperienza di premere un tasto o toccare lo schermo di un dispositivo e vedere qualcosa accadere. Se dunque, definito praticamente, il verbo della Tecnologia coincide col telecomando o con spegni-e-riaccendi, ed è credere, e poiché la Tecnologia, suo malgrado, è diventata antiscienza, non c'è da stupirsi che ci siano persone e gruppi di persone che credono o no nei vaccini, credono o no nel 5G, credono o no al riscaldamento globale, credono o no alla minaccia ecologica, credono o no alla raccolta differenziata, credono o no alla medicina allopatica e al motore elettrico. Credere è il verbo della fede. La Tecnologia è religione.


Ma, senza generali astratti, settembre è il mese in cui in Italia riaprono le scuole. E così, per riprendere l'inter…

La differenza tra Scienza e Tecnologia è semplice. Il verbo della Scienza è provare, quello della Tecnologia credere, nella misura in cui tutti siamo abituati all'esperienza di premere un tasto o toccare lo schermo di un dispositivo e vedere qualcosa accadere. Se dunque, definito praticamente, il verbo della Tecnologia coincide col telecomando o con spegni-e-riaccendi, ed è credere, e poiché la Tecnologia, suo malgrado, è diventata antiscienza, non c'è da stupirsi che ci siano persone e gruppi di persone che credono o no nei vaccini, credono o no nel 5G, credono o no al riscaldamento globale, credono o no alla minaccia ecologica, credono o no alla raccolta differenziata, credono o no alla medicina allopatica e al motore elettrico. Credere è il verbo della fede. La Tecnologia è religione.


Ma, senza generali astratti, settembre è il mese in cui in Italia riaprono le scuole. E così, per riprendere l'intervento di Marc-André Selosse, professore del Museo nazionale di Storia Naturale e nelle Università di Gdansk (Polonia) et Kunming (Cina), pubblicato sul quotidiano francese Libération che discuteva di quanto le ondate antiscientiste dipendano da scarse confidenza e dimestichezza con le scienze, parto dalla scuola.


Il Piano nazionale informatica (Pni), voluto dalla ministra Franca Falcucci, a metà degli anni Ottanta, era stato pensato per insegnare i rudimenti di programmazione e codice (come si dice oggi) agli studenti e alle studentesse delle scuole superiori. Così è stato per molti, e per me - mi sono diplomata nel 1996 nel Liceo Scientifico Leon Battista Alberti di Minturno, indirizzo Pni, sapendo programmare in Pascal e conoscendo primi rudimenti di Assembler.


La riforma della ministra Letizia Moratti, a circa vent'anni dal Piano nazionale informatica, propagandava - non c'è verbo più esatto - la scuola delle "tre I". Impresa, Inglese e Informatica (non ricordo in che ordine). In questa nuova idea di informatica studenti e studentesse non erano più chiamati a programmare ma a conseguire la Ecdl (European computer driving licence), dunque a imparare un pacchetto applicativo. Imparare a essere utenti consapevoli. Utenti e non programmatori.


In una delle prove scritte per il Concorso per dirigenti scolastici della Regione Campania del 2005, si chiedeva al candidato di discutere la "cultura umanistica e tecnologica". La cultura scientifica è stata insomma scoraggiata da una parte e dall'altra della cattedra.


Dalla riforma Moratti, ancora in vigore con in più le modifiche della ministra Gelmini, a oggi sono passati altri venti anni. Le tecnologie si sono diffuse, e le conoscenze scientifiche si sono diradate perché la scuola - la scuola dove per diritto costituzionale possiamo tutti accedere fino a una certa età - ha dismesso la diffusione dell'insegnamento dei linguaggi di programmazione, dei diagrammi di flusso, degli algoritmi (per anni confusi con i logaritmi e oggi spauracchio del controllo del sistema) consentendo anzi pianificando - coscientemente o incoscientemente - una "analfabetizzazione" delle persone.


Se questo percorso di concause è ragionevole, è ragionevole altrettanto pensare che la riforma da immaginare, pensare e attuare sia una riforma della scuola e dei testi scolastici che ricucia lo strappo tra Tecnologia e Scienza, riporti l'informatica nell'alveo delle matematiche e persegua il consiglio che Wiener, matematico e cibernetico statunitense, aveva dato nel 1951. Per contrastare l'addomesticamento dovuto a eccessiva tecnologia (per addomesticamento intendo perdere la capacità di risolvere alcuni problemi) bisogna studiare.